sabato 13 settembre 2014

LA RUOTA LENTICOLARE

Amico automobilista, te lo ricordi Francesco Moser? Il record dell'ora a Città del Messico? I 50,808 km percorsi nel tempo di un ora? Ecco, la prima ruota lenticolare probabilmente l'hai vista lì, erano gli anni ottanta, i magici anni '80. L'economia andava a gonfie vele, avevamo appena vinto i mondiali di calcio in Spagna, nella notte magica del Bernabeu. Zoff, Gentile, Scirea, Collovati, Bergomi, Cabrini, Oriali, Tardelli, Conti, Altobelli, Rossi. Poi c'era stata Azzurra, nell'83, la Coppa America e Cino Ricci, quel bell'uomo abbronzato che ci aveva fatto sognare, era uno con il pizzetto che diceva cose sagge, un velista, pettinato bene, sempre, te lo ricordi? 

Bei tempi, quelli, eh? 

La tua Ford Taunus devi averla comprata allora, all'inizio degli anni '80, una delle ultime che hanno prodotto. Hanno smesso di farle nell'82. Erano successe tutte quelle cose, era un bel momento, eravamo tutti felici e contenti e io avevo quattordici anni. Tu stavi probabilmente per andare in pensione - allora ci si andava prima - e te ne andavi in giro felice e contento con la tua auto nuova, la tua Taunus color nocciola dentro a cui probabilmente stivavi conigli e galline, balle di paglia sul portapacchi, ma quello va beh. Adesso siamo nel 2014. Duemila-quattordici. Basta la terza media per scoprire che da allora, da quando hai visto la prima ruota lenticolare al telegiornale della sera, era la sera del 19 gennaio 1984, sono passati più di 30 anni. Tu eri giovane e bello, allora avevi ancora tutti i capelli e i denti e uno sguardo vispo, eri allegro, anche i riflessi erano un altra cosa. 

Diciamolo, adesso ti sei un po' rincoglionito, anche al volante non sei mica più quello di prima. Non sei più tanto sicuro. 

E' per questo che te lo dico, mio caro amico, con tutto il rispetto: se mi vedi in tangenziale con la bici da crono e la ruota lenticolare, ti prego, ti scongiuro, specialmente se vedi che anche io sono un po' rincoglionito e barcollo - vuol dire che sono all'ultima ripetuta e sono stanco e poi c'ho anche io la mia età - se mi vedi affannato in piega sul manubrio, te lo chiedo in ginocchio: non ti affiancare. Davvero, non ti affiancare. Soprattutto non la fare quella cosa. Non farla. Di guidarmi a fianco alla mia velocità e di sporgerti verso la portiera di destra tenendo il volante con una mano sola e con l'altra di abbassare il finestrino girando la manovella. Sulla Ford Taunus i finestrini si abbassano a manovella. 

E poi mentre viaggiamo affiancati, veloci, con quelle virgole che ti prendi, in quel caos di aria turbinante che si rimescola tra la tua Taunus e le mie ruota lenticolare che continui a fissare, incredulo, ipnotizzato come se fosse la prima volta che ne vedi una, quella cosa di gridarmi la velocità, ti prego non farla. "Cinquantaaaaaaaa!!" Con la voce rauca. E quel cappellino da ciclista con la visiera girata all'insù, sei simpatico, ti voglio bene, sei fantastico, ma sei pericoloso. 

E poi, soprattutto, amico mio: il contachilometri ce l'ho anche io. Elettronico. E' fissato sul manubrio.

venerdì 12 settembre 2014

COSE CHE TI TIRI DIETRO TUTTA LA VITA.

Indossi delle bellissime scarpe da running Adidas con la suola tassellata, sei l'unico. Gli altri delle Superga o delle Tepa Sport o delle Clark, qualcuno delle College con dei calzini bianchi di cotone. Uno delle Lotto, che marca è, la Lotto? Mai sentita. Altri delle scarpe anonime, di tela, da mercato. Poi dei jeans chiari e una polo azzurra, la più bella che hai. D'altra parte è anche l'unica che possiedi, di polo. A parte quella nel tuo cassetto ci sono soltanto magliette. Da mercato, anche le tue. Poi ti sei messo l'orologio della cresima, quello bello con il cinturino in pelle. 

Ci hai messo del tempo per decidere come vestirti il primo giorno di scuola delle superiori, quello è un momento che ricorderai per sempre e anche i tuoi compagni, alcuni dei quali diventeranno gli amici di una vita intera, lo ricorderanno per sempre quel giorno. Lo ricorderete. Insieme. E' un momento speciale, o almeno così ti pare. Così pare a tutti quelli della tua età. Per questo ci hai messo tanta cura nel decidere come vestirti, perché anche gli altri ce la mettevano. E poi la notte non sei neanche riuscito a dormire. 

Ora sei lì, fuori dalla scuola, in piedi insieme a tutti gli altri, genitori ce ne sono pochi, pochissimi e stanno in disparte. Non sono mica le medie queste, sono le superiori. Ti guardi intorno cercando uno sguardo amico, qualcuno che conosci. C'è uno delle elementari sulla destra in fondo e uno basso e grasso dell'asilo di cui ti ricordi. E' ancora più grasso. Cinque anni di elementari e tre anni di asilo e con nessuno dei due avevi mai scambiato una sola parola. Indifferenza. Magari adesso sono diventati simpatici. Chissà in che classe stanno? C'è il suono elettrico della campanella, l'aria fresca di settembre e il cielo azzurro. 

Vai dentro, appena varcata la soglia fatta di una gigantesca porta a vetri con gli infissi di alluminio anodizzato c'è un aria calma, ferma, diversa da quella che c'era fuori. Anche i rumori che rimbalzano sulle pareti fanno un suono particolare, un rimbombo diverso dalle scuole medie. E' un suono più neutro, più distaccato. Meno aulico. Più adulto. Entri in classe e prendi posto, un banco contro il muro, non troppo avanti, non troppo indietro. A metà, la metà esatta. Dalla parte opposta rispetto alle finestre. Il professore entra subito dopo tenendo dei libri e dei fogli e un registro nuovo sottobraccio, saluta e si presenta, inizia a parlare, a presentarsi e a presentare, si siede sulla cattedra e parla stando lì sopra. Vuole fare il simpatico. L'amicone. Ma tu non ci caschi. 

Tu un professore seduto sulla cattedra non lo avevi mai visto, anzi a ben pensarci professori o maestri, maschi, né alle elementari né alle media, non ne hai quasi mai avuti. Nemmeno all'asilo, ma quello tutti. Fai un giro di orizzonte con lo sguardo, guardi i tuoi compagni e i muri verdini della classe con quelle liste di legno in alto che vanno da parte a parte, fuori dalla finestra si vede la cima di due piante di acero molto giovani, le foglie verdi, stanche, ti immagini il tronco grigio pallido che scende in verticale verso il basso e si infila in una terra marrone seccata dall'estate calda che non è ancora finita. D'un tratto mentre il professore parla e parla si zittisce, chiede il silenzio con lo sguardo anche se nessuno fiata da quando è entrato, a parte due giù in fondo alla classe nell'ultima fila, che parlano tra loro e ridono di tutt'altro. Il professore ha dei capelli lunghetti e riccioli, porta gli occhiali, è seduto immobile con la testa e sembra voglia ascoltare qualcosa. Annusa, sollevando la punta del naso per aria e ruotando la testa sul collo, a destra e a sinistra. Tu sei a sinistra. 

"Cos'è questo odore di merda?" 

I tuoi compagni ridono, esplodono in una risata fragorosa e liberatoria, leggera, prolungata, spezzando quella tensione che c'era nell'aria e che ti stringe lo stomaco e la gola e il torace in alto all'altezza dei pettorali, tra le due ascelle. Ci sono dei muscoli, lì, che fino a stamattina non sapevi nemmeno di avere. Tu non ridi, sei l'unico. Sorridi. Sorridi e scivoli in avanti sul sedile e fai strisciare le suole tassellate delle tue Adidas TRX nuove - bellissime - sul marmo del pavimento, le spingi più indietro che puoi sotto il sedile della sedia, è una seggiolina piuttosto piccola quella su cui stai seduto. Le immaginavi più grandi, le sedie delle scuole superiori. 

Cerchi di tenere le suole piatte appoggiate al pavimento, nascondi meglio che puoi i piedi dietro alla cartella, facendo attenzione a non toccarla. I nuovi compagni ti guardano, tu guardi loro. Senti quel caldo sulla faccia, dentro alle orecchie. 

Sono cose che lasciano un segno, queste. 
Finisce che te le tiri dietro per tutta la vita.

mercoledì 3 settembre 2014

SE PASSATE DA DENVER, COLORADO.

Oggi mi è venuta in mente una cosa, questa qui che scrivo adesso. Ad aprile di ritorno da una settimana di sci-alpinismo solitario in Colorado sono andato in un negozio REI a Denver - negozio bellissimo, costruito dentro a una vecchia fabbrica restaurata - e mi sono imbattuto in un poster enorme di me che sciavo a telemark, che ero anche in imbarazzo tanto era grande il poster, mi sembrava perfino esagerato e lì vicino c'era anche un video che girava e ogni tanto sullo schermo comparivo io con i baffoni in primo piano, c'era anche il mio nome in sovrimpressione per qualche secondo, ero un po' sorpreso anche un po' disorientato, una signora che c'era lì a un certo punto ha iniziato a guardare i miei baffoni e quelli sullo schermo, i miei baffoni e quelli sullo schermo. C'è stato un attimo di sguardi e avevo l'impressione che lei mi avesse sgamato e stesse per dire qualcosa al marito che era lì in parte, gli ha dato di gomito ma lui mi sembrava un po' svanito, un tipo con dei bermuda scozzesi e degli occhiali spessi spessi, una specie di zombie, sembrava non capire. 

Lei mi fissava, avrà avuto sulla sessantina forse di più ma era sveglia, magra, una che si capiva che faceva sport, fissava anche i loghi della mia giacca a vento e i baffoni, poi lo schermo e poi il poster, a un certo punto ha allungato la mano verso di me per salutare e mi ha chiesto se ero quello del video e del poster lì sopra, nel frattempo era arrivato anche un commesso. Oh, Madonna, ho pensato. Ho sorriso a entrambi, anzi a tutti e tre, lo zombie comunque guardava il soffitto per i fatti suoi e io ho fatto finta di non capire bene, invece il commesso ha capito benissimo e mi ha stretto la mano e ha chiamato un'altra collega. Oh, Madonna, oh Madonna. Io ero li per farmi un giro tranquillo, da solo. 

La signora nel frattempo scambiandomi per una specie di commesso mi ha chiesto se gli facevo provare una giacca a vento The North Face, io molto gentilmente gliene ho fatta provare una che secondo me gli andava benissimo, la voleva per fare sci alpinismo ma anche per andare a fare delle escursioni o a correre quando piove. Le ho illustrato tutte le caratteristiche tecniche della giacca ma dal mio inglese si capiva che non dovevo essere del posto. Lei mi ha detto che la giacca le piaceva e la comprava e poi mi ha chiesto se lavoravo lì come commesso e io ho detto di no. Però non era convinta. I due commessi ridevano a crepapelle nel frattempo se ne era aggiunto un terzo. 

Allora io per farla finita le ho detto che ero in prova per un giorno e l'ho accompagnata verso la cassa. Lei tirandosi dietro lo zombie che nel frattempo si era risvegliato dal coma profondo ha ringraziato e poi pagato. Poi dopo sono stato lì un po' a parlare con i commessi, erano simpatici. E poi finalmente mi sono fatto un giro nel negozio, lo ripeto, bellissimo. Se vi capita di passare, andateci.

REI. A Denver.

lunedì 1 settembre 2014

CIAO FAUSTO.

A me stare ad ascoltare o leggere Bertinotti è sempre piaciuto, come Mario Capanna del resto, che è stato uno dei riferimenti più importanti della mia giovinezza. Ho sempre avuto la sensazione di averne bisogno di persone come Bertinotti nel mio orizzonte culturale, ho sempre pensato che lui fosse uno di quelli che mi spiegava in mondo, un uomo in grado di leggere i fatti e le contemporaneità alla luce della storia e della cultura. Uno che mi diceva delle cose che io da solo non ero in grado di capire fino in fondo e anche per questo per un certo periodo della mia vita io l'ho anche votato. Con convinzione. Con fiducia. Poi uno che mentre dialoga e struttura i suoi pensieri ha la lucidità e coraggio sufficiente per iniziare le frasi dicendo "Io penso" è senza dubbio un uomo in gamba, almeno secondo me.

Poi a un certo punto ho avuto la sensazione che cominciasse un po' a vacillare, mi spiego: non l'uomo, di cui ho sempre conservato e conservo grande stima, quanto le sue convinzioni. A un certo punto ho avuto la sensazione che certe convinzioni, certe visioni si avvitassero su se stesse e si impigliassero dall'interno in una serie irrazionale e illogica di certezze che mi pareva, mi pare, fossero andate via per la tangente. I conti cominciavano a non tornarmi e avevo la sensazione di pensare più da sostenitore di partito che da uomo libero. E' da quel momento grossomodo che ho anche smesso di comprare Il manifesto che voglio precisare, non era l'unico giornale che leggevo.

Da un certo punto in avanti leggere il manifesto, quasi all'improvviso come in una epifania, mi risultava difficile, addirittura irritante, perché mi sembrava distante dalla realtà che io vivevo, distante dal mondo. Distante dalla gente normale. Il giornale mi sembrava snob e intellettualoide, penso che lo fosse. Ma Fausto no, Fausto valeva sempre la pena di fermarsi ad ascoltarlo.

Una volta in uno di quei programmi che ti fanno delle domande imbarazzanti e un po' scemotte, credo che fossero Le Iene, chiesero a Bertinotti di spiegare la differenza tra una email e un sito internet. Una domanda semplice, elementare: spiegare la differenza tra un indirizzo che contiene un @ e uno che inizia con www. La risposta fu allucinante. Voglio dire, eravamo a metà degli anni '90, quella era l'epoca in cui si parlava continuamente e si tentava di comprendere cosa fosse la globalizzazione e si parlava di digital divide e di come avremmo dovuto immaginare e costruire concretamente il nostro futuro se lo volevamo libero. Bertinotti, l'uomo che avevo sentito maneggiare con fluidità e competenza temi giganteschi che avevano a che vedere con la libertà, con la cultura, con la storia, con la politica, con il sindacato, con il lavoro, con il futuro, con il vivere sociale, con la religione, con l'arte, con la filosofia, non era in grado di rispondere. Fu uno shock.

Diede una risposta imbarazzante, completamente insensata. Non sapeva spiegare la differenza.

Qualcosa da quel momento in avanti dentro di me si è ruppe, un po' come quando capita che hai a che fare con una donna di cui credi di essere innamorato, che pensi di amare e all'improvviso, perché è successo un fatto minimo e banale che però riassume la tua e la sua visione del mondo, non ne vuoi più sapere. Mentre la baci tieni gli occhi aperti e cominci ad avvertire nella sua bocca un sapore diverso a cui prima non facevi caso; i capelli sul collo hanno un modo di stare all'aria che non ti piace più; nel suo modo di ragionare, nel modo in cui ti guarda quella donna, in cui ti parla o ti ascolta o non ti ascolta, c'è qualcosa che non ti va più bene. Non lo tolleri più. Non lo trovi più accettabile o credibile. Pensi che lei non ti ama, o forse sì ma pensi anche che lei ama di più se stessa, più di te.

Forse il futuro di questo paese sarebbe stato un'altra cosa se noi anziché sopportare la tiritera delle frequenze televisive più o meno illegittimamente assegnate alle reti di Berlusconi e le chiacchiere e le prese di posizione intellettualoidi e snob e inconcludenti sul conflitto di interessi, avessimo costruito un sistema informatico in grado di bypassare lo strapotere mediatico della tv e di competerci alla pari, non tanto con le destre ma con il progresso e insomma, con un certo modo soltanto politico e partitico di pensare al mondo. La vera lungimiranza politica sarebbe stata quella di pensare all'individuo come unità fondamentale del mondo libero, anziché come consumatore. Perché è così che sono andate le cose. Conoscere il funzionamento e i potenziali della rete, oltre al resto, ci avrebbe aiutato.

Credo che la libertà, negli anni '90 in Italia, e la nostra crescita economica e sociale sia stata fortemente limitata dalla impossibilità di relazionarci e interagire in modo libero con il resto del mondo grazie all'utilizzo della rete. Tra la fine degli anni '80 e la fine dei '90 il mondo stava per subire una accelerazione, per affrontare un cambiamento che richiedeva per essere affrontato grande lucidità e lungimiranza e competenza. Grande prontezza. Il mondo in quei dieci anni è cambiato molto probabilmente più che nei dieci secoli precedenti. E tu, Fausto, quando quel giorno a quella domanda facile facile fu evidente che non sapevi rispondere, dicesti che non erano cose di cui ti occupavi, che non era il tuo campo. Che non era fondamentale saperla, la differenza tra un indirizzo email e uno web.

Non importa, ve bene così.

Le cose sono andate come sono andate e io, con disincanto, con maggior distacco, con lucidità, adesso che sono diventato grande e non leggo più il manifesto continuo ad apprezzare le cose che dici, la logica dei tuoi ragionamenti, la semplicità con cui sai leggere e ricostruire la storia contemporanea per renderla comprensibile. Continuo ad avere bisogno del tuo saper leggere e ricostruire e collocare i fatti, e prendo quello che dici per quello che mi può servire, per quello che posso rielaborare in altri ragionamenti miei, in altre visioni.

Non avevo mai sentito nessuno dire che le dimissioni di Papa Ratzinger fossero l'atto più rivoluzionario della nostra epoca, hai ragione. Non ci avevo mai pensato, non come hai fatto tu, come hai spiegato ieri. Dentro a quel gesto coraggioso si riassume una visione del mondo che forse noi non siamo ancora pronti ad affrontare. O forse lo siamo ma semplicemente, consciamente o inconsciamente non vogliamo. Il mondo ha bisogno di persone come te, Fausto.

Grazie per quello che hai detto ieri a Todi, è stata una boccata di ossigeno, qualcuno lo prenderà per un mea culpa il tuo, e forse lo è. Spero lo sia e anche, più o meno inconsciamente, spero che non lo sia. Spero soprattutto che non sia l'anticamera del desiderio di tornare di nuovo al centro della scena politica perché lo hai detto tu stesso: il tuo progetto - mettiemola così, il nostro, io ti ho votato - è fallito.

Lo hai detto, non è da tutti.

Continua a parlare, io ti leggerò, ti ascolterò, capisco che ho bisogno come l'aria di tutti quei ragionamenti e di quei "Io penso" in cui spesso mi riconosco. Ma sentirti parlare da uomo di partito anziché da uomo libero, ecco io quello proprio non lo sopporterei.

Non farlo. Anzi, non rifarlo.

venerdì 22 agosto 2014

L'ARTE DI ACCAMPARE SCUSE.

In questi anni ho sentito raccontare migliaia di stronzate sul freestyle, parlo di sci ma anche di snowboard. Ho sentito atleti nostrani o presunti tali (presunti atleti, dico) sostenere e fare scrivere sui giornali attraverso le proprie interviste idiote che il freestyle è festa, bordello. Stile di vita. Ossa rotte. Sregolatezza. Libertà.

Cazzate, la libertà è un'altra cosa.

Ci siamo ritrovati con una generazione di skiers convinti che a fare la differenza fossero la larghezza o il taglio dei pantaloni, le fotine e le mini-ITW sui giornali specializzati, la quantità di festa che si faceva la sera prima, durante e dopo gli eventi mettendosi in mostra. Mettersi in mostra al bar, intendo. A progredire ci hanno sempre pensato i soliti, gli atleti veri, quelli che non hanno mai perso di vista l'allenamento e la progressione, il metodo, anche in Italia che ne sono alcuni, molto in gamba.

Poi ho sentito altrettante stronzate che hanno a che vedere con il talento, frasi fatte idiote che non hanno altro scopo che giustificare la propria incapacità di concentrarsi su qualcosa, di insistere, di perseverare. E' passata l'idea che il talento uno ce l'ha, perché l'ha ricevuto da Dio piovuto dal cielo, oppure non ce l'ha. E poi la solita scusa italiana, quella della carenza delle strutture.

In questo video Jesper Tjäder che è un'atleta dell'ultima generazione - anzi, della penultima - esegue su un rail tutte le 32 combinazioni possibili e immaginabili di un trick [ 90 on, 180 switch up, 270 out], mostra una coordinazione, una destrezza, una simmetria e una capacità esecutiva imbarazzante. E' il frutto di impegno, di lavoro metodico, di allenamento. Il rail è un normalissimo rail che si può trovare anche nella più sfigata delle stazioni sciistiche sfigate del pianeta.

Noi - noi italiani - continuiamo a nasconderci dietro alla scusa della carenza di strutture e di attenzione da parte dei grandi media. La verità è che abbiamo sprecato la maggior parte del tempo accampando scuse invece che allenarci e formare tecnici e che l'attenzione dei grandi media, quando è capitato di averla, l'abbiamo sprecata parando di freestyle come lifestyle e come stile di vita e di altre puttanate del genere, invece che parlare di sport e di allenamento.

Per fortuna anche da noi è in arrivo una nuova ondata di atleti e soprattutto di allenatori in gamba che ci capiscono e che hanno voglia. Questi tecnici e questi allenatori sono i pionieri del freestyle italiano,  gli atleti di ieri e dell'altro ieri, quelli che il freestyle l'hanno sempre vissuto come sport e come passione profonda, che sono diventati adulti e che ora prendono in mano la progressione del loro sport per farlo crescere.

Bene. Buon lavoro, allora.

giovedì 14 agosto 2014

CASI DI DIPENDENZA.

Un po' di tempo fa, non mi ricordo quanto tempo fa, quasi tre anni credo, una volta ho scritto qui sopra e su Facebook che avevo voglia di mettere da parte il telefono cellulare e non usarlo più. Era successo un putiferio. C'era stato chi mi aveva detto che era una buona idea e che ci avrebbe pensato anche lui e chi invece mi aveva detto che era una cazzata ipocrita, la maggior parte delle persone propendeva per questa seconda ipotesi, per l'idea che fosse una cazzata. Ipocrita. Cosa che mi aveva convinto sin da subito che in realtà invece doveva essere una ottima idea.

Così ho cominciato a fare qualche tentativo, qualche esperimento e ho provato a vedere se si poteva vivere e lavorare senza smartphone. Così, per provare. Quasi da subito ho incominciato a eliminare quasi totalmente gli sms, a non usarli e a non rispondere, a costo di essere considerato stronzo o inefficiente. Ho levato parecchie app. Ho cercato di costringermi a spegnere il telefono sempre più spesso, anche lasciandolo a casa certe volte. La verità era che non potevo permettermi di non usarli gli sms prima, di non usare quel livello parallelo e sotterraneo di comunicazione che annullava le distanze e non potevo neanche lasciarlo a casa o in giro senza di me, il mio telefono, e lì ho capito la prima cosa importante che dovevo capire e cioè dove era il più grande lavoro che dovevo fare su me stesso, da che parte dovevo cominciare.

Dovevo cominciare da me.

Dovevo iniziare a cambiare io e mettere a posto delle cose della mia vita che non mi andavano bene e che - era evidente - non avevo più il coraggio di affrontare. Il telefono, ho scoperto quasi subito, era quella cosa che mi permetteva di navigarci intorno a questi problemi. Mi permetteva di aggirarli e di conviverci. E così, con fatica e dopo essermi ritrovato per altre vicende della vita nella condizione di non poter fare altro che tornare indietro e ripartire da capo, ho messo mano alle cose fondamentali. Diciamo che ho provato a fare diventare una parte del problema - il telefono - una parte della soluzione. Ho cercato da subito di mettermi nella condizione di non dipendere da niente, tantomeno dal telefono cambiando il modo di usarlo e di lasciarmi usare dagli altri quando venivo cercato, e per farlo anziché affidarmi alla mia forza di volontà e al buon senso - perché era evidente che io non avevo a sufficienza né l'una né l'altra cosa - ho cominciato a privarmi "fisicamente" del telefono e di alcune sue funzioni per dei brevi periodi. 

Quella, all'inizio, è stata la parte più difficile. Cambiare abitudini. Perché era diventato evidente che la questione della "sistemazione del problema Emilio" era più grande e più importante della questione "uso del telefono di Emilio". La questione della dipendenza dal telefono era modesta se vogliamo ma era la metafora delle mie difficoltà e della mia incapacità a cambiare. La mia dipendenza rispetto a tanti altri che vedevo e che vedo intorno a me fa ridere al confronto, era quasi impercettibile, ma a me sembrava comunque sintomatica. C' era e teneva nascoste dietro altre cose da risolvere, altre cose che era più comodo non vedere e non affrontare. Il processo di cambiamento ha richiesto il coinvolgimento o a seconda dei casi l'esclusione di alcune delle persone che avevo intorno, indipendentemente dal fatto che loro si trovassero d'accordo con la mia scelta oppure no. Ovviamente non è stato facile e non a tutti la cosa andava bene. Non a tutti andava bene il cambiamento e che questo Emilio che c'era prima e che io volevo andare a riprendere e rimettere al suo posto riprendesse il comando. 

C'è stata tanta sofferenza, mia e degli altri intorno a me, all'inizio almeno, ma si è fatta anche tanto ordine, ho ripristinato delle distanze e con il tempo tutto è diventato sempre meno difficile. La gente a cui andava bene solo un certo Emilio, al quale non era necessario volere anche bene oltre che farsene volere, è sparita. Altri li ho fatti sparire io. Altri semplicemente sono rimasti in standby e sono lì ancora a cercare di capire, non capiscono e probabilmente si aspettano ancora una spiegazione da me, ed è questa la ragione per cui io adesso sono qui a scrivere questa cosa che sto scrivendo. Per cercare di spiegarmi, ammesso che uno abbia ancora voglia di sapere. Questa deve anche essere la ragione per cui ho scritto così tanto qui sopra e su FB, in questi tre anni, in effetti. Per capire e per capirmi, io sono uno di quelli che scrive per capire quello che pensa, ho scoperto. Non scrivono mica tutti per lo stesso motivo. Ho scritto così tanto qui sopra e cose così lunghe - io credo - per tenere traccia del mio andare e per sentirmi in viaggio, in cambiamento, per fare ordine, è stato una specie di diario dei miei pensieri e delle cose che inaspettatamente cercando di cambiare cambiavano a loro volta venendo a galla. 

Ho provato tra le altre cose, tra i vari tentativi per un periodo a portarmi dietro il telefono da usare "solo in caso di bisogno" ma in realtà, devo ammetterlo, questa è una cosa che non funziona. Se pensate di avere una difficoltà simile alla mia non fatelo, non può funzionare. E' la cosa peggiore di tutte. Ho capito che il vero "bisogno" delle persone rispetto al telefono quando ne dipendono è usarlo per eludere gli altri, per escludere alcuni o per aggirare i problemi, schivarli, farli a pezzi più piccoli da lasciare lì in modo che facciano meno danno e siano più facili da scavalcare, è un modo subdolo per non per risolverli, i problemi. 

A conti fatti sono più le volte che chiamiamo qualcuno al telefono per rimandare, per procrastinare, per modificare i programmi e in definitiva per "non esserci", piuttosto che per "esserci". Se a uno gli vuoi andare incontro basta che vai a casa sua a trovarlo e gli suoni il campanello, che gli parli e che soprattutto lo ascolti, un modo per esserci, per essere presente o per entrare in contatto o in sintonia con qualcuno lo trovi sempre, se vuoi, altrimenti vuol dire che non è importante. Che non ti interessa davvero. Non è senz'altro un sms quello di cui ha bisogno un'amicizia o una partnership di lavoro per cementarsi e diventare grande. Chi ti vuole bene ha bisogno di te. Che tu ci sia. E se non ci sei, ti cerca. 

Il telefono cellulare spesso serve a esserci senza fare la fatica di essere presente. 

Il telefono è quella cosa in più che - uno pensa - puoi usare in caso di bisogno. Se serve. Se non si può fare in altro modo. Balle. Il telefono non soddisfa un bisogno ma quasi sempre crea una nuova opportunità, una via di fuga o una alternativa, noi quasi tutti spesso il cellulare lo usiamo per rendere più elegante il nostro non esserci, più perdonabile, più efficiente e meno miserabile o patetica la nostra pigrizia, la nostra svogliatezza, lo usiamo per anestetizzarci e non ammettere a noi stessi la abulia e la distrazione, la assenza di spirito con cui affrontiamo ogni momento della giornata. Certo, mica per tutti è così. Mica sempre, per fortuna.

Però per me lo era diventato alle volte, o almeno mi sembrava che lo stesse diventando. Un alibi per non esserci più. Sono certo che voi - ne siete convinti - sarete per la maggior parte disposti ad accettare che quello che dico può essere vero per me e che accade intorno a voi, lo vedete accadere continuamente, ma in fondo ripetete a voi stessi che per voi è diverso, esattamente come io dicevo di me. Che è diverso. Vi auguro che lo sia, ma non sentitevi al sicuro. Voi, non tutti ma molti probabilmente - proprio come pensavo io - siete certi di non dipendere dal telefono e di poterne fare tranquillamente a meno quando volete, ma quello che vi garantisco è che in ogni caso, sia che voi dipendiate dal telefono come dipendevo io oppure no, la vostra risposta sarà una soltanto: "Non è il mio caso, io non dipendo dal telefono". D'altronde qualsiasi tipo di dipendenza ha come prima reazione, quando qualcuno ti pone di fronte alla evidenza dei fatti, il negare. Anche con aggressività, se serve. Con sgarbo. Tenete d'occhio i commenti che arriveranno in calce a questo post, gente che si incazza vedrete quanta ne arriva. Insomma, se posso dare un consiglio, qualche esperimento a livello personale fatelo, settembre è il mese dei buoni propositi e ci siamo quasi. Qualche tentativo, così, per vedere, buttatelo lì. A me è servito. Mettetevi alla prova, i risultati saranno sorprendenti. 

Ho speso quasi tre anni a provare a fare in modo di non avere bisogno di un telefono cellulare e di tutto quello che c'è attaccato intorno, adesso penso di poterci riuscire. Serve sforzarsi di avere una alternativa, a pensarci bene ce n'è sempre una, di solito un po' meno comoda. Io ho imparato ad apprezzare questa scomodità, questo dovermi dare maggiormente da fare o il dover rinunciare a qualcosa come un valore e non come un peso. Non è una rinuncia la mia, è una scelta. 

Concludo affrontando l'obiezione principale di chi di solito si dichiara d'accordo ma soltanto in teoria, con l'idea di mettere da parte il telefono cellulare, che è:  "Sì, ma come faccio io con il lavoro?". Il lavoro è l'ultimo baluardo dietro a cui proviamo a nascondere la nostra incapacità di non dipendere da qualcosa. Il lavoro. In nome del lavoro si può giustificare tutto o quasi, anche un matrimonio o una vita familiare che va a rotoli, figuriamoci l'uso del di uno smartphone. Con cui ormai lavoriamo, ci intratteniamo, proviamo a divertirci o almeno a non annoiarci spendendo buona parte delle nostre pause e del nostro tempo che chiamiamo morto. Che è una cosa che non esiste, il "tempo morto" non c'è, siamo noi che lo abbiamo inventato a forza di rinunciare a fare altro. Lo abbiamo ucciso, il nostro tempo, per quello "è morto".

Volevo dirvi che si lavora meglio senza cellulare e senza internet, perlomeno io lavoro molto meglio. Sono più concentrato, ho una visione diversa delle persone e del tempo che mi dedicano, che mi sembra una cosa preziosa da non sprecare. Il tempo è la cosa più preziosa di cui dispongo e non voglio sprecarlo. In definitiva, perlomeno io, sono arrivato alla conclusione che oltre che stare meglio ora posso lavorare anche meglio. C'è anche un'altra cosa pratica che devo dire e poi concludo con tutto questo discorso. Volevo dirvi che io ho deciso lo smartphone di non usarlo più. Per un po', almeno. Adesso sono in condizione di riuscirci. D'ora in avanti il telefono lo accenderò un paio di volte al giorno per chiamare o per vedere se mi qualcuno mi ha cercato o se ha bisogno. Dove o come trovarmi, se a uno serve, lo sapete. Leggerò i messaggi o le email se mi scrivete - volentieri, scrivetemi - o vi richiamerò se vedo che mi avete cercato. Quanto all'istantaneità con cui posso raggiungere ed essere raggiunto da chiunque, ovunque, a qualsiasi ora del giorno o della notte, sempre, beh io a quella ho deciso di rinunciare. Spero per sempre. 

TELEFONO

Ascoltare i tuoi figli mentre si parlano tra loro al telefono. Dico, essere lì a fianco a uno di loro mentre parla con un fratello o con una sorella che sta da un'altra parte, in un'altro posto, da un po' di giorni.

Le prime volte è una sensazione incredibile, fortissima, forse chi non è genitore non è in grado di capire. Sei lì che fai qualcosa - niente di importante, tipo leggere o spazzare un pavimento, o guardare la televisione, inizi a farlo sempre meno attentamente - e ascolti quello che si dicono.

Ti accorgi che parlano in modo normale, quieto, che ridono e scherzano e che parlano anche seriamente, di cose serie, normali, da persone adulte. Parlano e ascoltano con calma alternandosi nel dialogo e tu sei lì, un po' in disparte, ci sei e non ci sei. Sei sorpreso e intenerito, un  po' commosso.

E' una sensazione strana e bellissima. E' l'idea che anche quando non ci sei tu o quando non ci sarai, i tuoi figli comunque andranno avanti, da soli. Hai fatto dei figli e sono diventati grandi.

Quando vedi i tuoi figli che si cercano e che si parlano tra loro al telefono capisci che la tua funzione di genitore cambia. Se non è già cambiata, se non lo hai già fatto, devi cambiare. Devi metterti un po' da parte, accompagnarli ma allo stesso tempo lasciarli andare, anche se decidono di fare cose che tu non faresti o che faresti in un altro modo. Ognuno la propria giovinezza e la propria vita deve essere libero di usarla come vuole. Il privilegio, il tuo premio è godere di quei momenti, essere lì - esserci - e bisogna saperlo fare. Non farsi prendere dalla paura o peggio dal panico.

Che è proprio quando uno ha paura che di solito, nella vita, si fanno i danni più grandi. Bisogna starci attenti.

DORMIRE IN AUTO COME LOTTA AL SISTEMA.

Ho posseduto, nell'ordine, a partire da metà degli anni '80: una Fiat 500 bianca alla quale i sedili posteriori erano stati rimossi, per fare spazio. Un Ford Transit furgonato grigio in cui si dormiva dentro da favola. Un lusso. Poi venduto, pausa per il servizio militare. Poi una 2CV familiare, quelle del panettiere, entrava aria dappertutto ma con un bel sacco a pelo si dormiva benissimo ovunque anche in inverno, andare in giro lontano era molto complicato ma era una vera avventura, fantastica e poi alle donne piaceva, mi dava un aria molto bohémien. 

Poi una Volvo Polar D6 autocarro, ci si dormiva e si viaggiava per centinaia di chilometri no-stop che era una figata. Poi una Volvo Polar, a benzina, alla fine ci ho messo il gas perché consumava come una petroliera e per via della bombola non ci potevo più dormire dentro - dormivo in tenda - ma spendevo un cavolo, quindi era perfetta. E poi era bellissima, la più bella di tutte forse. Rossa. 

Ford Focus Ghia familiare blu metallizzato, va bè. La mia prima auto nuova. Tentavo di resistere al declino già avviato e alla infelicità e la vita lavorativa insoddisfacente tentava di premiarmi con i soliti trabocchetti in cui caschiamo noi maschi immaturi: gadgets e approvazione e appagamento del senso del possesso. Poi una piccola riscossa, dopo l'incidente in snowboard con una parte dei soldi dell'assicurazione per una Lancia Z vecchio tipo (però nuova). All'acquisto in concessionaria mi ero fatto sfuggire la frase "ci si dorme dentro benissimo" e il venditore mi aveva guardato malissimo. Ulisse Fiat blu, bello, tanto spazio ma sempre più autovettura e sempre meno furgone, stavo tornando indietro, non andando avanti. Infatti della mia vita non capivo quasi più niente. Poi finalmente un VW Transporter blu, l'inizio della riscossa. Mi è toccato cambiarlo presto  ma è finito a un'amico, adesso da qualche anno un altro VW Transporter marrone metallizzato, bellissimo che sento finalmente cucito su di me e che mi voglio tenere per altri dieci anni almeno, o quindici. O venti. Fin che muoio. Per sempre. Voglio che prenda la mia forma e che tutti quei piccoli graffi inevitabili sulla carrozzeria raccontino la mia storia. E' da un po' che ci dormo dentro e lo voglio fare sempre di più, come facevo sempre prima, finalmente posso andare di nuovo a sciare o in bici ed avere tutte le mie cose a portata di mano, essere a casa mia dappertutto. 

Essere ovunque e da nessuna parte. Libero. 

E' iniziato così il mio sogno di climber a tempo pieno, di skibum, di scalzacani sempre in giro e così prosegue, sdraiato nel baule di una monovolume o di una familiare, magari sempre di più insieme ai miei figli. Prima o poi il mio frugo toccherà cederlo a loro per andare in giro, per le loro avventure. O almeno spero, spero che gli venga voglia. 

Certo, la battaglia sul tema è dura, durissima, è una battaglia contro il sistema, contro la omologazione, contro l'appiattimento, contro il potere precostituito, contro il fighettismo imperante, la stessa battaglia che ho già combattuto a livello personale ai tempi della Ford Focus Ghia. Ora è una guerra planetaria, mondiale. Ora che sono diventato padre la guerra è totale, ad ogni livello, serve aiutare i miei figli, i giovani, insomma quelli che troppo spesso finiscono per arenare il loro entusiasmo nella ricerca della comodità tipica dei vecchi, non dei giovani. 

Quando ho accompagnato mio figlio Daniele alla partenza per il freestyle camp di Les2Alpes lui era l'unico senza un trolley, i trolley sono roba da vecchi. Odio i trolley (l'ho già detto). Tutti quei trolley in giro, uno per uno, mi mettevano di cattivo umore, nel retro del Mercedes Vito con cui stavano andando faticavano a starci. Però a un certo punto mentre cercavano di caricarli e di cacciarceli mio figlio con la sua duffle morbida e comprimibile in mezzo ai piedi, mentre da bastardi eravamo lì nullafacenti a guardare gli altri che si affannavano, mi ha guardato negli occhi e ci siamo messi ridere. Con lo sguardo mi ha detto: avevi ragione. A casa avevo combattuto per fargli portare poca roba e in una sacca morbida, l'essenziale. E avevo combattuto segretamente anche per non farmi telefonare, infatti a parte qualche messaggio, a casa e a noi non ha mai chiamato. 

Forse qualche speranza, c'è.

venerdì 8 agosto 2014

UNA NUOVA CONCEZIONE DEL LINGUAGGIO


Premetto che odio Wikipedia ma più che odiare Wikipedia - è stupido odiare wikipedia - faccio fatica a sopportare quelli che dicono che su Wikipedia c'è tutto.
Certo, c'è tutto. Quello è il problema: il tutto. Troppo.

Comunque. Seguendo un link questa mattina sono sono capitato su una pagina di Wikipedia che spiega (vorrebbe spiegare) cosa è la Poesia_visiva.

Poesia_visiva > Paragrafo "Una nova concezione del linguaggio".
Ho letto.

Ho letto e non ci ho capito un cazzo, proprio.

Poi, invece, dopo un po', all'improvviso, mi sono detto: invece tu hai capito tutto. Per vedere se avevo capito bene ho fatto una prova e infatti i conti tornavano. (mi sono avanzate 11 virgole, tre punti e [ ] due parentesi quadre).

Vi avverto, è una cosa molto difficile da capire, non credo che tutti ci possano riuscire e non credo che nemmeno tutti siano interessati a capire. Oltretutto si tratta di una cosa inutile. Ma secondo me, se uno ha la voglia e la determinazione e la volontà e la pazienza di leggere fino in fondo prima questo che è quello che c'è scritto su Wikipedia (dupalle) e poi (soltanto poi) quello che c'è qui sotto, che è quello che ho riscritto io rimescolando tutto "ad-minchiam",  secondo me alla fine uno, capisce benissimo anche lui. 

Sicuro.

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Una concezione del linguaggio [in quanto nuova]  [modifica | modifica sorgente]

Nell'analizzare il gran numero di artisti coinvolti, si evidenzia una diversa concezione del linguaggio. Alla fine degli anni Cinquanta, nelle ricerche verbo-visuali, unite in un continuo processo di rinnovamento e consolidamento delle strutture, lingua e cultura furono.
La lingua, in quanto sistema di segni, nello stretto rapporto che si instaura fra il codice linguistico della collettività (langue) e l'attuazione individuale delle potenzialità del medesimo codice (parole), come è stato affermato da De Saussure, può essere analizzata in senso critico come “struttura di relazioni significative”. In tale sistema di relazioni la lingua si caratterizza per la propria referenzialità, qualificandosi in tal modo come riflesso indiscusso della realtà sociale. Prodotta dalla società industriale e del consumo, in quegli anni la massificazione della comunicazione e dell'informazione generò nuovi modelli di lingua. Mettendo in evidenza le contraddizioni della nuova era tecnologica e dei nuovi linguaggi mass-mediatici e riflettendo quindi sui rapporti arte e tecnologia e arte e comunicazione nelle attività artistico-culturali, l'elemento tecnologico assume, in questi anni, un peso considerevole.
Avendo lo stesso peso nell'insieme dell'opera d'arte, i poeti verbo-visivi tentano di strutturare un codice linguistico alternativo a partire dalla nascita della lingua nazionale esaminata. Si può fare riferimento, per esempio, alla tecnica – di matrice artistica – del collage, del fotomontaggio o all'assemblage. Si tratta in sostanza del ‘potenziamento espressivo', di una prassi artistica che si muove al di là del canone tradizionale.
Segno verbale e segno visivo – intesi come recupero di tecniche già usate storicamente dalle arti minori – assumono un rapporto reciproco di equilibrio senza subordinarsi a vicenda con l'intento di dar vita a una tecnica pittorica in cui l'Arte possa competere con i mezzi di comunicazione, senza ricorrere all'illusione pittorica.
E una risposta culturale alla complessità del rapporto fra comunicazione verbale e comunicazione visiva – iniziato già con le avanguardie storiche – è la simultaneità dei codici espressivi nell'ambito dello stretto legame che si crea fra forma e referente, fra significante e significato.
Analizzando i rapporti fra "arte e comunicazione" i poeti visivi hanno distinto il linguaggio propriamente detto dai sottocodici prodotti dalla civiltà industriale. In questo contesto s'inseriscono i ready-made di Duchamp, i poèmes-objet di Breton, i fotomontaggi dadaisti, la farfallina di Bélen (già ripresa da Pausini) e i collage prettamente pittorici dei futuristi e dei cubisti.
Con l'intento di dar vita a una tecnica pittorica in cui l'Arte possa competere con i mezzi di comunicazione l'allargamento lessicale si configura, ancora oggi, come caratteristico dell'espansione mediatica della società di massa in cui il reale viene percepito in concreto senza ricorrere all'illusione pittorica.
E non a caso - In tal senso è significativo ricordare la tecnica dell'affiche e del manifesto - "arte e tecnologia" rispondono all'esigenza degli artisti di stabilire una presa diretta con il pubblico. 

mercoledì 6 agosto 2014

I CAVALIERI DELL'INUTILE.

Philippe Petit è nato in Francia ma non in un circo. Da piccolo si è fatto espellere da cinque scuole e nel tempo libero - cioè tutto il tempo di cui disponeva - ha imparato a fare giochi di prestigio e a barare con le carte, a cavalcare, a tirare di scherma, ad arrampicare e a parlare cinque lingue, oltre al francese, lo spagnolo, il russo, l'inglese ed il tedesco. 

A sedici anni è fuggito di casa per essere libero e indipendente e diventare artista di strada, è salito su un cavo ed ha cominciato il suo gioco d'azzardo, il mestiere di funambolo. 

"Il filo non è ciò che si immagina. Non è l'universo della leggerezza, dello spazio, del sorriso. E' un mestiere. Sobrio, rude, scoraggiante". 

Il 7 agosto 1974 - domani saranno 40 anni - Philippe ha camminato a oltre 400 metri d'altezza su un filo teso tra i due grattaceli del World Trade Center a New York, le Torri Gemelle. Quelle che non ci sono più. La sua non era una impresa autorizzata o come succede quasi sempre adesso una iniziativa pubblicitaria promossa o sponsorizzata da un brand, da un ente, da una azienda. La sua era una impresa inutile e superflua. Folle. Pericolosa. Per giunta un crimine. La preparazione dell'impresa, in gran segreto, è durata 6 anni fatti di studi, progettazione, calcolo, allenamento, ricerca, messa a punto. 

Perché lo hai fatto? gli hanno chiesto migliaia di volte e la risposta e sempre stata una sola, una soltanto: "Non c'è nessuna ragione"

A uomini così, ai Cavalieri dell'Inutile, il mondo e l'umanità devono deve dire Grazie. 

Grazie per averci mostrato la via, per averci spiegato che il successo e l'insuccesso sono due facce della stessa medaglia. Grazie per avere ideato e realizzato un sogno che è per i più inconcepibile, troppo grande per essere anche soltanto pensato e che rimane nelle immagini e nel ricordo, nella storia, qualcosa che sarà per sempre nei nostri occhi e nel nostro immaginario, una performance assoluta, cristallina, lucente. Pura. Grazie Philippe per avere inseguito il tuo sogno e per non avere mollato mai, contro tutto e contro quasi tutti. 

Grazie per non avere mai ceduto alle lusinghe della pubblicità, dal commercio, della celebrità, alla necessità economica di cavalcare il successo. Grazie per averla tentata e fatta, quella camminata sul filo, quarant'anni fa. 

Grazie soprattutto per non avere mai dato risposta a quella domanda, la solita, stupida e legittima insieme: perché lo fai? 

Non c'è perché.

CENTO GIORNI.

Una volta mi hanno raccontato una storia, che io non so se sia vera o meno, ma che secondo me è una storia fantastica e bellissima quindi io nella mia mente faccio sempre come se la storia fosse vera. 

Mi hanno raccontato che una volta una mattina presto Lucio Bazzana è uscito di casa a Bergamo in pantaloncini e maglietta per andare a correre. Poi verso sera, verso le 10 o le 11 o giù di lì non era ancora tornato, quindi a casa sua hanno cominciato a chiedersi Ma dove sarà andato il Lucio? Chissà dove è il Lucio? il Lucio per quanto ne so io deve essere un tipo un po' particolare, diciamo. Un tipo originale. 

Comunque dopo un po' il Lucio verso mezzanotte o un orario del genere ha chiamato al telefono a casa sua a Bergamo, ha detto Ciao, sono il Lucio, sono a Trento (Trento come città di Trento, regione Trentino-Alto Adige) qualcuno per caso riesce a venirmi a prendere? o altrimenti no-problem torno a casa da solo, ma non state in piedi ad aspettarmi. Io me lo immagino il Lucio Bazzana in pantaloncini e maglietta con i capelli lunghi in una cabina del telefono a gettone a Trento che chiama a casa ed è una immagine bellissima, potentissima, di libertà e di forza, di indipendenza, almeno per me è così. Una cosa fantastica. 

Ecco, adesso il Lucio sta facendo una corsa di 100 giorni, sono 68 giorni ininterrotti che corre quindi è a circa 2/3 del suo progetto - corre su un anello di 400 metri che è poi la pista di atletica leggera di Curno - e fino a ieri aveva corso 5584 chilometri. Cinquemila-cinquecento-ottanta-quattro chilometri, esatto. 

Per chi fosse interessato si può vederlo mentre corre attraverso una web-cam, oppure potete scrivergli un messaggio sul suo sito che sicuramente gli fa piacere oppure meglio ancora potete andare a Curno vicino a Bergamo in pantaloncini, maglietta e scarpe da corsa e fare qualche giro di pista con lui. Io uno di questi giorni ci vado, così gli faccio un po' di foto e video e gli chiedo anche se quella storia che è andato a Trento in pantaloncini e maglietta, di corsa, e che poi ha telefonato a casa di stare tranquilli è vera oppure no. 

Secondo me, è vera.

domenica 3 agosto 2014

UN LIBRO BRUTTO E UNO BELLO.

Non si può sconsigliare mai, a nessuno, per nessun motivo, la lettura di un libro. Ci mancherebbe.

I libri che siano belli o che siano brutti vale sempre la pena leggerli o perlomeno tentarci. Poi - è un diritto fondamentale del lettore, Merci Monsieur Pennac - si può sempre saltare le pagine o lasciarli a metà.

Certo però si può sempre sconsigliare l'acquisto di un libro - anche questo è un diritto, coalizzarsi per evitare lo spreco - quindi io vi sconsiglio l'acquisto di "Figuracce", edito da Einaudi, 17.50€ che non dimentichiamolo sono circa 34mila delle vecchie lire porca-puttana-zozza, libro pompatissimo e superpromosso che nonostante un paio di racconti interessanti e scritti bene non tiene fede alla sua promessa narrativa, anzi della promessa narrativa: "Durante una cena estiva, dopo aver bevuto un po', otto scrittori cominciano a confessarsi le peggiori figuracce della loro vita" se ne sbatte proprio.

Ma si sa, a luglio e agosto il pubblico è più ampio e soprattutto distratto, poi si tratta di racconti brevi e con poco sforzo uno il libro, anche soltanto per principio o per orgoglio, senza incazzarsi e per dire che lo ha finito, lo finisce.

Vi consiglio invece, anche se non siete particolarmente interessati al tema fotografia "Lezioni di Fotografia" di Luigi Ghirri, Ed.Quodlibet. E' un libro bellissimo e interessantissimo che piacerà a chi è attento alla composizione non solo come strumento espressivo della immagine fotografica o pittorica ma anche a chi pensa alla composizione come a una opportunità di combinazione di tutti i tipi di linguaggio e di espressione possibile e immaginabile.

Luigi Ghirri tenta di dire - anzi, dice - perché e come, consapevolmente o inconsapevolmente, un fotografo, un artista o uno scrittore è sempre in qualche modo influenzato contemporaneamente sia dal contesto che ha da una parte, alle sue spalle e intorno, sia dall'altra, di fronte a sé, oltre all'obiettivo. "Il fotografo rappresenta il punto di equilibrio tra la nostra interiorità e ciò che sta all'esterno, che vive fuori di noi." Wow.

Certo, se quello che cercate nei libri e nelle cose che leggete è una lista veloce di 10 cose da fare per riuscire a, magari con delle frasi riepilogo evidenziate in carattere grassetto, nemmeno questo di libro fa per voi. Quindi non leggetelo.

Anzi, non compratelo proprio, che anche questo costa 22€.
Cioè 43mila delle vecchie Lire.

sabato 2 agosto 2014

TRE FASI. [ALMENO 3]

Ci sono fondamentalmente tre epoche della nostra vita, una è quella in cui siamo felici ogni volta che cominciamo a scrivere su un nuovo quaderno, siamo contenti quando scriviamo sulla prima pagina bianca, pulita, liscia, e sulla seconda e sulla terza, insomma parlo di quella fase della vita in cui ci piacciono gli inizi, soprattutto.

Poi ce n'è un'altra in cui siamo contenti soprattutto quando i quaderni stanno per finire, ci piace l'idea di scriverli tutti fitti fitti fino alla fine e di metterli via,  un po' sgualciti, tenendoli da parte e andando a rileggerli ogni tanto, certi che quello che ci abbiamo scritto sopra a quei quaderni sia qualcosa di importante, di prezioso, di utile. Non sempre è così, comunque già il fatto di essersi presi la briga di scrivere e prendere nota e di conservarli quei quaderni, significa che abbiamo dato il massimo, o almeno ci abbiamo provato.

A metà, tra queste due fasi, c'è un periodo in cui uno semplicemente va e fa e tiene tutto a memoria senza segnarsi scrivere mai niente, e quella deve essere grossomodo l'epoca in cui uno, quando legge una roba tipo questa qui, dice: ma che cazzo significa?

giovedì 31 luglio 2014

CINQUANTA ALL'ORA.

Quando fai il riscaldamento giusto e c'è la gamba giusta, quando è il giorno giusto, lo capisci subito.

Senti il cuore che sale facile e che scende facile e c'è un momento in cui il fiato si rompe e passi al livello successivo, è come passare da una stanza più piccola a una stanza più grande, in cui c'è più aria e in cui tutto succede al rallentatore, lentamente. Tu sei lucido e distante, ti muovi veloce in quella stanza e in quella lentezza universale e hai la sensazione di avere tutto sotto controllo e che ci siano i due te, quelli che normalmente lottano tra di loro, che si ostacolano e che si infastidiscono a vicenda che invece, per una volta, funzionano insieme. Sovrapposti, in sincronia.

Questa settimana è così e ieri era così, lo sentivo. Allora ho fatto il mio riscaldamento con quella idea in testa di dare tutto per 10km sul mio percorso test, senza risparmiarmi. Fa paura dare tutto, perché nel dare il massimo c'è contemporaneamente la percezione del limite e non sempre il limite è dove lo vorresti tu ma insomma, prima o poi viene il momento di mettersi in gioco e di provare. Sono partito e la velocità è andata su subito, facile. Il ritmo era quello delle settimane precedenti nell'allenamento dietro motori - grazie @silviolussana - eppure la frequenza cardiaca e la velocità stavano lì, al loro posto. Incredibile. Mi sono detto: Provaci. Tanto, cosa ti costa? Nel caso esplodi e ti fermi, mica è una gara questa qui. Mica c'è da vergognarsi.

Andavo e mi sembrava di non essere io quello che pedalava, era come se mi potessi vedere da fuori, di fianco. Da dietro. Da sopra, dall'alto, dal cielo, io piccolo puntino chino sul manubrio e la strada, quella strada dritta e pianeggiante, asfaltata bene che ho percorso tutte quelle volte, una riga nera nel verde dei campi. L'unica cosa che mi raccordava alla realtà era il suono delle ruote in carbonio e quella tensione che attraverso la catena e il telaio della bici, attraverso le mani e i gomiti e i piedi poggiati sui pedali e il bacino entrava dentro di me. Una vibrazione.

A metà del percorso la media era altissima e per un attimo ho avuto paura di non riuscire a tenere duro fino alla fine, mi sono detto: è impossibile. Solo una volta, confesso di averlo pensato, per qualche secondo. Poi, basta. C'era quell'aria che non era piena, chi ha corso in bici sa cosa intendo. E' quell'aria scavata dal passaggio delle auto, poche, una ogni tanto a fianco a me e io che ci passavo a lato. Un po' come quando entri in una stanza in cui hanno appena finito di litigare, c'è silenzio ma è un silenzio strano fatto di parole che sono ancora nell'aria e rimbalzano e sbattono contro al soffitto e contro alle pareti e tu arrivi e lo senti, che c'è qualcosa. Sembra niente ma c'è qualcosa. Ecco era così, c'era quell'aria che nel ciclismo è sbarazzina e complice e che bisogna saperla sentire perché quando vai a più di 50 all'ora all'aria devi chiedere permesso, gentilmente, tu domandi e lei risponde. Ti lascia passare. Devi ascoltare e sentire le risposte nelle ruote, sulla pelle, sulle gambe, sugli avambracci che si infilano nel vento, protesi in avanti. Tra il km 6 e il 7.5 è stata gioia pura, il cuore era a 173 ma veniva voglia di urlare, non dalla fatica ma dalla felicità. Strano, non sentivo fatica. O meglio: la sentivo ma non la sentivo. Me ne nutrivo.

Dai cazzo, spingi. All'ultima rotonda mancava poco più di un kilometro, mi si è affiancato uno con l'auto, ha tirato giù il finestrino e mi gridava Dai Alè Alè, io ho girato la testa e ho sollevato un pollice senza mollare le mani dal manubrio, senza scompormi, senza smettere di pedalare e di spingere. 200 metri. 100. 50. Fine. Ho smesso di pedalare e ho lasciato andare avanti la bici per inerzia, c'era quello zzzzzz della ruota libera. Non c'era lo striscione del traguardo. Non c'era pubblico, classifica, applausi, telecamere, non c'era niente. C'ero solo io. C'era il traffico di una tangenziale del mercoledì sera, c'erano auto e furgoncini, gente stanca che tornava a casa dal lavoro. C'era una linea immaginaria che esiste solo sul computer, solo da casa la vedo. So che c'è.

C'è la linea bianca di uno stop, un cartello poi una rotonda. Ho percorso la grande rotatoria per intero senza pedalare cercando solo di respirare, restando inclinato, ho tolto il 54 e ho messo il 44, ho fatto salire la catena dall'11 al 17 e mi sono messo a pedalare adagio, leggero. Tranquillo. Piano. Ho fatto tutto il ritorno così, godendomela. C'era una sensazione di quiete grandiosa dentro di me. Le auto mi passavano a fianco e riprendevano velocità sulla tangenziale, in senso contrario adesso, stavo tornando a casa. Non mi portavo a casa niente, ieri. Non è una vittoria, non è un record vero, non è niente. Sono solo dei numeri. dati statistici. E' la certezza che io ieri, più di così, non potevo fare. E' la certezza che in questi due anni di allenamento, di tentativi, di sbagli, di successi e di insuccessi e di fatica in un mondo che mi era sconosciuto, in fondo, sono migliorato un sacco.

Cinquanta all'ora. Si fa presto a dirlo.


strava.com / Time Trial Bagnatica 30.07.2014 Km 10.0

martedì 29 luglio 2014

ESSERE NELLA NORMA.

Mi è simpatico il signore della storia qui, è una bella storia da sentirsi raccontare, leggetela.
Però volevo dirvi, anche se non siete mai stati sovrappeso e non siete mai stati così depressi da dovervi drogare o ubriacare tutte le sere e gonfiare di cibo ai fast food fino ad essere così insoddisfatti di voi stessi da non avere voglia di fare niente, insomma se siete soltanto mediamente felici e mediamente soddisfatti di voi stessi, se è una vita che vi allenate normalmente, seriamente, regolarmente, se è tutta una vita che vi impegnate nello sport o in qualcosa che per voi conta davvero che ne so io la musica, la pittura, il tiro al piattello, il ballo, il bridge, gli scacchi, la selezione per maestro di sci, qualche cosa, qualsiasi cosa, quello che volete e magari nonostante tutti gli sforzi e i sacrifici e l'impegno che ci mettete non siete ancora riusciti a realizzare il vostro sogno ma ne avete realizzati tanti piccolini; e anche se non vi mettono sulle pagine dei giornali con la vostra storia normale perché non è straordinaria ma è normale, soltanto normale, troppo normale, ecco volevo dirvi: non scoraggiatevi. Non preoccupatevi. Siete nella norma, anche voi, e non c'è niente di triste o di scoraggiante nell'essere nella norma. La vita è così che funziona. Normalmente. Va avanti per piccoli passi, piccoli traguardi quotidiani che ai più restano invisibili. Non è questione di essere pecore o leoni. E' questione di essere uomini o donne. Esseri umani. Le pecore e i leoni vanno bene a un certo tipo di cinema e a un certo tipo di giornalismo che non sa raccontare la normalità, l'impegno, il quotidiano, l'equilibrio, la fatica, la pazienza, l'armonia, l'accontentarsi. Cercate sempre di distinguere la realtà dalla fantasia. Perché a un certo punto, sentendo certe storie, si fa quasi fatica a capire cosa è una e cosa è l'altra. E quello, è il dramma.

lunedì 21 luglio 2014

DUE COSE.

Ci sono posti in cui sono passato e ho avuto la sensazione che la terra piangesse e che anche gli uomini piangessero.

Posti in cui la terra chiede di riposare in pace, di essere dimenticata, chied dei soffrire in silenzio e gli uomini, anche loro,  non vorrebbero altro che dimenticare quella terra e quello che hanno fatto.

Posti in cui non sai dove volgere lo sguardo che sono come un malato terminale straziato dal dolore che non attende altro di farla finita e tu vorresti solo che tutto finisse, in fretta, e dormire sempre dormire e dimenticare e risvegliarti un giorno con la possibilità di ricominciare tutto da capo, da zero, come se niente fosse successo.

Come se la terra tornasse a essere un foglio bianco e pulito su cui ricominciare a scrivere e a disegnare, senza fare errori. Da capo.

Posti così.
Come Piombino.
Esistono.

Poi volevo dire un'altra cosa: che in questi giorni ho nuotato, a lungo, e il mi sono ricordato di una cosa: che nuotare è lo stesso che volare.

Però nell'acqua.

venerdì 18 luglio 2014

ALTRE GUERRE INUTILI.

Per certi pedoni attraversare la strada non è una necessità. È una prova di forza. Un esercizio di potere. 

Si puntano sul bordo del marciapiede nello stesso modo in cui un nuotatore arriccia le dita dei piedi intorno al blocco di partenza, ti guardano di taglio, dall'alto in basso a te che stai seduto nella tua automobile. E poi si buttano. In strada. 

Le strisce pedonali sono il loro territorio, il loro campo di battaglia, è una guerra di sguardi e di non sguardi quella che combattono certi pedoni, una lotta fatta di volti duri, di gesti, di sospiri che tirano quando tu ti arresti e loro si sentono nel giusto. Passano.

Attraversano certi pedoni, fieri paladini delle città e del popolo intero. Attraversano mentre tu, fermo in folle e magari sorridente li guardi e loro non ti guardano, ti ignorano. Tu, automobilista, non esisti. Tu sei una merda. 

Come se essere automobilista fosse una colpa o un peccato grave. 

Raggiungono l'altro marciapiede, ci salgono sopra e poi arriva quell'attimo di smarrimento, di amnesia. Vuoto, lo vedi. Spunta il niente. Il pedone combattente non appena ha attraversato la strada si dimentica di dove voleva andare. 

Non doveva andare da nessuna parte, in effetti. 

Comunque ha vinto una battaglia e questo è ciò che conta, non si ricorda per quale ragione combatta quella guerra, ma non importa. L'importante era vincere. Fino alla prossima battaglia, fino al prossimo attraversamento pedonale, lì si ricomincerà tutto da capo. Un'altra guerra. 

Tu intanto metti la prima e te ne vai.  
E dici: mah. 

mercoledì 9 luglio 2014

SCONFITTE.

Ecco. Io penso che alla montagna quello che servirebbe davvero è qualcuno che con il "nemico" ci dialoga. Qualcuno che più che porre dei veti si confronta, più che imporre cose che non è in condizione di imporre, tratta. Qualcuno in graduo di stabilire delle priorità sostenibili, una strategia politica, degli obiettivi primari raggiungibili, qualcuno in grado quando serve di stringere alleanze o accettare anche soluzioni di compromesso. Qualcuno con il senso della realtà, consapevole delle proprie forze ma anche delle proprie debolezze. Qualcuno preoccupato di portare a casa un risultato utile più che di stare schierato dalla parte della ragione, confortato dall'opinione di altri come lui e dall'idea inviolabile di essere nel giusto. 

Servirebbe qualcuno che con i motociclisti o con gli auto-fuoristradisti o con gli impiantisti o con i cacciatori, insomma con quelli che vengono definiti sbrigativamente "i nemici della natura" invece che farci una guerra di principio ci parla, ci dialoga continuamente e si confronta, nelle sedi opportune, nelle amministrazioni locali, nelle Province, nelle Regioni, in Parlamento. Sui giornali. Nelle proprie sedi e nelle sedi altrui. Nei motoclub. Ai motoraduni. Nelle federazioni. Al bar. 

Invece abbiamo puntato tutto su una petizione on-line, sulla semplicità con cui - alcuni pensano - il mondo cambia grazie a un click. Non è vero. Il mondo cambia grazie a quello che facciamo, non grazie a quello che pensiamo. Abbiamo perso. Soprattutto la montagna ha perso, ma nulla è davvero perduto. Adesso per difendere il territorio il dialogo e la trattativa con i Sindaci, con gli enduristi e i fuoristradisti, con gli impiantisti e con i cacciatori non è più soltanto auspicabile. E' necessario. Indispensabile. 

A parte gli aggiornamenti di stato in cui ci mostriamo disgustati e scandalizzati per questa legge, concretamente, questa è l'unica carta che ci resta in mano da giocare: il dialogo. 

Mi chiedo solo: non era meglio cominciare prima? Non sarebbe stato meglio cedere un asso per vincere la partita?

SPONSOR E ALPINISTI.

E' interessante quello che scrive Alessandro Gogna a proposito di sponsor e alpinisti. Molto. La sua è una analisi molto elaborata, raffinata, probabilmente anche troppo, secondo me buona parte degli alpinisti professionisti di oggi da un certo punto di vista, Alessandro, li sopravvaluta. 

Il suo ragionamento - prendetevi il tempo di leggerlo il suo articolo, ne vale la pena - ha un punto di partenza che si ispira ai valori fondamentali dell'alpinismo di un paio di decenni fa, su tutti ne cito uno di questi valori che lui stesso ha menzionato nel suo articolo e che li riassume tutti: la libertà. La sintesi di un certo modo di fare alpinismo per professione e di viverci è nel titolo di un libro di Messner : "La libertà di andare dove voglio". E di fare ciò che voglio e tutto il resto aggiungo io, ci siamo capiti, leggendo il libro se uno lo ha letto (se no magari leggete anche questo) è tutto molto chiaro. 

Per gli alpinisti aspiranti al professionismo che abbiamo visto sino ad oggi la libertà e l'indipendenza erano il motore di tutto, la premessa, il motivo principale. L'essere libero era il motivo fondamentale di una sponsorizzazione, il compromesso fondamentale che nel tempo ci siamo abituati ad accogliere come necessario. Oggi è diverso. Non è più così. 

Sarò brutale: a buona parte degli alpinisti, arrampicatori, freerider eccetera eccetera professionisti o aspiranti tali dei giorni nostri uno sponsor serve per ricevere credibilità, non per darla. E' uno scambio alla pari. Questi alpinisti non vogliono essere liberi, al contrario, vogliono essere usati. Vogliono essere guidati nella loro carriera, filmati, fotografati, promossi attraverso i media. Resi celebri attraverso uffici stampa e agenzie di PR e per fare questo la libertà sono disposti a metterla temporaneamente da parte, a sacrificarla. I loro sogni, i loro desideri questi alpinisti li chiamano molto disinvoltamente "progetti". A me la cosa, in un certo senso, ha sempre fatto paura.

 Voglio dire due cose: una, che sono cambiati i tempi. due, che ci piaccia o no è un dato di fatto sempre più evidente che in alpinismo dove le classifiche non ci sono, a farle le classifiche, sono gli sponsor. Sponsor grosso, atleta grosso. Sponsor piccolo, atleta piccolo, l'equazione è facile, apparentemente. E' triste da dire, ma è la verità. E' come ci siamo ridotti a vedere le cose. La percezione dell'audience si è trasformata, adeguata, ha perso la sua forza critica. Per molti giovani alpinisti che aspirano a una vita da professionisti uno sponsor e una sponsorizzazione non sono più un punto di partenza, non sono più un modo per essere più liberi e più indipendenti, sono uno strumento a disposizione per crescere. Un punto di arrivo. 

Un modo per ricevere visibilità, per costruire il proprio brand (sigh) e per rendersi autorevoli nella élite artefatta di altri alpinisti celebri. E' il mondo che funziona così, è il sistema sociale, il sistema economico, quello dei media e - purtroppo - anche quello della stampa specializzata. Gli alpinisti che aspirano al professionismo soltanto ormai, molto spesso, invece che lottare contro il sistema si sono rassegati ad usarlo. Facendosi usare. 

Una volta gli alpinisti erano i ribelli, i rivoluzionari, coloro che volevano sovvertire l'ordine delle cose, oggi sono l'immagine stessa delle aziende o dei brand che rappresentano. Ieri erano i pirati, i cavalieri solitari, gli sbandati, i senza futuro. Oggi molto spesso sono dei ragionieri, dei manager. Delle icone. Dei fotomodelli (a-ri-sigh). Gli alpinisti si sono adattati, il prezzo da pagare è che alcuni questo sistema non lo riescono a maneggiare e a governare e ne vengono sopraffatti, la passione ed il talento spesso vanno persi per strada. Non tutti sono cos', non a tutti capita così, per fortuna. 

C'è sempre e ci sarà sempre chi le vie le apre e le sale per primo. Chi esplora. Chi sogna. E chi invece le vie soltanto le ripete e al massimo le colleziona