mercoledì 6 maggio 2015

VELOCE.

Come da allegato.

venerdì 1 maggio 2015

IL MANTELLO DI SUPERMAN.

"Ero nel garage di Walter Bonatti, che da qualche tempo non c’era più. Stavamo cominciando a prenderci cura delle sue cose e del suo archivio personale facendone una sorta di grossolano inventario iniziale. Nel suo garage Rossana aveva radunato delle scatole di cartone che aveva rinvenuto da qualche altra parte, le scatole contenevano dei vecchi numeri di Epoca e dei ritagli di giornale. Secondo Rossana, lì in garage, non c’era probabilmente nient’altro di cui occuparsi. Mi guardai in giro, intorno c’erano degli oggetti di uso comune che si possono rinvenire in qualsiasi garage di qualsiasi casa del mondo. In fondo al garage c’era una tenda tirata che penzolava dal soffitto e che nascondeva il fondo della stanza, chiesi a Rossana là dietro cosa ci potesse essere. Lei ci pensò un attimo e poi mi disse che non c'era niente di particolare, soltanto vecchie cose, non ricordava nemmeno bene. Guardammo. Scostammo la tenda e dietro, in perfetto ordine su uno scaffale, c’erano le scarpe di Walter Bonatti. C’erano scarpe di tutti i tipi: scarponi da montagna usati e meno usati, pesanti e meno pesanti e poi riconobbi tra tutte quelle paia di scarpe, i suoi anfibi. Quelli alti, in pelle, che avevo visto nelle fotografie delle sue avventure in Zaire, In Kongo, in Nuova Guinea, sull’Alto Orinoco. Provo a spiegarvi come mi sentii io, in quel momento. Era come se Superman fosse morto e io, che ero stato chiamato lì nella sua casa a guardare tra le sue cose, mi fossi imbattuto nel suo mantello. Il mantello di Superman. C'era il mantello ripiegato e in ordine dentro a un cassetto, senza più Superman, e poi c’ero io. Voi, come vi sareste sentiti?” 

Foto © Archivio Bonatti - Venezuela, 1967

Ieri alla FIERA DEI LIBRAIAngelo Ponta, che è curatore del libro "Walter Bonatti - Giorno per giorno, l’avventura" è venuto a Bergamo all’Auditorium di Piazza della Libertà portando con sé alcune fotografie di Bonatti da proiettare sul grande schermo. Oltre che mostrare queste straordinarie immagini e parlare un po' del libro e della mostra allo Spazio Tadini di Milano (oltre 40.000 presenze), tra le altre cose Angelo ha raccontato questa storiella che a me ha fatto venire la pelle d’oca. Ero seduto sul palco accanto a lui e quando ha finito di dire questa storia avrei voluto avere il coraggio di alzarmi e abbracciarlo e di stringerlo. Tenerlo lì stretto un momento e dirgli grazie, per quello che aveva appena detto e per la cura che si prende dell’Archivio, dentro a cui ha compiuto e continua a compiere una vera e propria esplorazione storica e letteraria. E’ grazie anche al suo lavoro che la memoria di Bonatti viene costruita e protetta. L'archivio di Walter Bonatti è al momento custodito nel caveau di una banca in Valtellina, ci ha detto Angelo. Si tratta di libri, di note, di appunti, quaderni, stampe fotografiche e fotografie digitali che prima che sia troppo tardi, prima che siano deteriorate per sempre, bisognerebbe prendersi la cura di digitalizzare. Ci sono circa 90.000 fotografie. Se fossimo in un paese diverso dall’Italia questo lavoro sarebbe già stato fatto per intero, noi invece siamo ancora quasi fermi alle celebrazioni e ai tagli di nastro una volta ogni tanto e alle querelle legata alla vicenda del K2 o del Freney. Se non ci fosse il lavoro prezioso di persone come Angelo o Alessandro o di altri che conosco e che hanno voluto bene a Bonatti e che continuano a volergliene, il suo patrimonio culturale lasciatoci in eredità andrebbe pian piano perduto. Dimenticato. Peccato che ieri all’Auditorium in Piazza della Libertà, dove eravamo davvero in troppo pochi per la portata dell'evento, non ho visto nessuno dei dirigenti del CAI cittadino. Ogni volta che una manifestazione culturale legata alla montagna, a Bergamo, prova a prendere corpo fuori dalle mura della Casa della Montagna, è quasi sempre così. Ieri forse questa assenza istituzionale che era impossibile non notare era per via del week-end lungo che era appena iniziato. E va beh. O forse era per colpa di qualche riunione di commissione importantissima che non si poteva rimandare. O forse al CAI erano troppo presi con i tortellini del ristorante del Rifugio in città. Peccato però. Per Walter. Per l’alpinismo e per gli appassionati di montagne e di avventura della nostra città. Sarebbe valsa la pena esserci, anche solo per quelle straordinarie foto proiettate sullo schermo gigante e per sentire Angelo raccontare la storia del mantello. Io a un certo punto, quasi quasi, piangevo. - 

TUT-TUT-TUT

- Buongiorno, noi siamo una azienda che facciamo delle ricerche e delle statistiche, sono la dottoressa Iccs ( Iccs, si fa per dire) posso farle alcune domande?

- No

- Non è interessato alle nostre ricerche di mercato?

- No

-  Posso chiederle che ruolo ricopre nella azienda per cui lavora?

- Terzino sinistro. 

- tut-tut-tut-tut...

SIGNIFICATO DELLA PAROLA: CIRCA.

Carta, forbice, sasso. 
E va bé. 

Papà, auto nuova, bambino, pacchetto-di-Pavesini. 
Che è circa lo stesso.  

giovedì 16 aprile 2015

GLI HOBBIES, QUANDO PER CASO MUORI.

Io è un po' che non vado in libreria, andare in libreria è uno dei miei hobbies. Hobby con l'acca, aspirata. Hhhhobby. E' importante, bisogna aspirare.

Hobby.
Perfetto.

Gli hobbies sono quella cosa che tutti a quanto pare devono averne uno, è importante avere un hobby (singolare, senza esse finale) perché quando ti fanno la domanda o lo devi scrivere in un curriculum - nei curriculum a quanto pare bisogna sempre scrivere che hobby hai - scrivere modellismo può essere scocciante.  Hobby: modellismo. Non ti assumono.

Che poi io tra l'altro non ho niente contro il modellismo e neanche contro i modellisti, ci mancherebbe, anzi. Pensa piuttosto a quelli che scrivono: Hobby: fare shopping. Shopping? Ma veramente? E lo dici in giro? Agghiacciante.

Mai uno che abbia il coraggio di dire la verità e alla voce hobby scriva: mi piace la figa, per dire. Ma non divaghiamo.

A me piace leggere il mio hobby è leggere. E anche scrivere mi piace, ma insomma, quella è una conseguenza. Uno a un certo punto dopo tanto leggere deve provare a scrivere, deve svuotarsi un po', perché scrivere più che a dire delle cose dovrebbe servire per svuotarsi per poi riempirsi di nuovo. Per leggere certi libri bisogna fare spazio ed essere vuoti. Assolutamente vuoti, ci va della preparazione. Ci sono certi personaggi che ci entrano così dentro, certi autori o certe voci sono così forti che l'unico modo per farli uscire dalla nostra testa, per liberarcene, è scrivere. Farli fluire fuori, sulla carta.

Che poi tra parentesi esce fuori un sacco di altra roba quando uno scrive, ed è quello il bello. Leggi un libro, per svuotarti scrivi, e ti vengono fuori delle cose che non c'entrano niente con quello che hai letto e che non sapevi nemmeno di avere dentro.

Comunque. Andare in libreria mi piace, è una specie di appuntamento che ho con una parte di me. Vado lì e mi ritrovo.

- Ciao. 
- Ciao.
- Come va?
- Bene dài, e te?
- Bene.
- E' un po' che non mi venivi a trovare.
- Lavoro, famiglia, sport. Scazzi. Stanchezza. Solite cose.
- Capisco. Hai la lista?
- Ce l'ho.
- Grande. Fa vedere. 

Tiro fuori la lista dei libri e leggiamo mentalmente, io e me.

Guardiamo i libri che mi sono segnato sulla lista, i libri che vorrei leggere o comperare. Quelli di cui ho sentito parlare oppure di cui ho letto in altri libri. Non è per comprarli, i libri, che uno li compra. E' per averli. Per leggerli certo, ma anche per averli.

Averli lì.

Che se a uno un giorno, tanto tempo dopo, viene voglia di rileggerli, certi libri, meglio averli. Oppure se muore. Se uno muore i suo libri non sono più suoi e i suoi figli o i suoi nipoti o insomma quelli che gli hanno voluto bene, ma anche quelli che non sono riusciti a volergliene perché non erano ancora nati o perché non c'erano ancora, possono farsi una idea di chi era.
Metti che nella libreria hai il libro dei Guinnes dei Primati, quello con la copertina argentata specchiata, ecco, per esempio, uno una idea di chi eri, se la fa. Che poi magari, quel libro lì dei Guinnes dei primati, te l'ha regalata una vecchia zia che non vedi mai per Natale. Un regalo di una zia potrebbe completamente snaturare la tua memoria eterna, ma comunque. Anche le vecchie zie hanno i loro diritti. Anche loro fanno parte della tua storia.

Un mio amico invece, per fare un altro esempio, quando è morto, la sua compagna ha preso tutte le sue magliette e le ha portate in un prato e i suoi amici sono andati tutti in quel prato e ne hanno presa una per uno, quella che volevano e che gli piaceva di più e l'hanno portata via. Adesso se la mettono tutti la maglietta che hanno preso in quel prato quel giorno, la maglia di quel nostro vecchio amico che è morto, una volta ogni tanto se la mettono e la portano in giro e ognuno insomma, a me pare, quel nostro amico lì lo fa sembrare meno morto.

Ecco io ho pensato che si potrebbe fare lo stesso con i libri. Se uno muore, ad esempio, i suoi amici possono prendere i suoi libri, uno per uno. O le sue magliette. O i suoi sci. Mi è venuto in mente che forse a me piace in andare in libreria a comprare dei libri e averli perché se un giorno per caso muoio, io divento le parole che ci sono scritto nei libri che ho letto. Mi piace sciare, mi pare, perché quando scio io sono sono le curve che ho fatto. Mi piace arrampicare perché quando arrampico divento gli appigli che ho stretto.

Eccetera.

lunedì 23 marzo 2015

IL PIANTAGRANE.

Quando ero piccolo pensavo che il "piantagrane" fosse un attrezzo. Una specie di piccola trivella cicciotta e filettata, lunga una ventina di centimetri con una impugnatura verde (non so perché ma io l'impugnatura me la immaginavo verde). La trivella aveva grossomodo la forma e le proporzioni di un cono gelato capovolto, leggermente più grande di un cono gelato però molto più robusta, in metallo, con delle alette filettate e taglienti e con questa impugnatura ovale che riempiva il palmo di una mano.

Non riuscivo a immaginare tecnicamente il funzionamento esatto della “piantagrane" ma immaginavo che fosse necessario appoggiarla per terra, fare pressione sull’impugnatura caricandoci bene sopra tutto il peso del corpo, e poi lasciarla lavorare. Poi faceva tutto lei. Se qualcuno mi avesse chiesto se ne avevo mai vista una di trivella piantagrane avrei quasi certamente risposto di sì, che l'avevo vista, tanto ero convinto. Ero sicuro di averne vista una tra gli attrezzi da lavoro di mio nonno.

Poi diventando grande capii senza che nessuno me lo spiegasse che per "piantagrane" non si intende un attrezzo ma si intendono dei soggetti, delle persone, una certo tipo specifico di persone. Persone piuttosto pignole e rognose con cui avere a che fare, diciamo. E' un modo di dire.

Una volta un po' di tempo fa ero in fila per fare un documento in un ufficio comunale, eravamo in fila nel corridoio e c’era lì un signore che pareva saperla lunga di documenti e di file e di uffici comunali e che aveva iniziato a puntarmi e a parlarmi e che a un certo punto di un discorso che io non capivo nemmeno molto bene se devo dire la verità, aveva buttato lì la parola “piantagrane”. Che io effettivamente erano dei secoli che non la sentivo dire, la parola “piantagrane". Pianta da pianta, grane da grane. Piantare-grane. Mi era subito venuta in mente tutta questa storia di quando ero bambino e la forma esatta dello strumento “piantagrane”, mi erano venute perfino in mente le alette filettate e la forma e il colore dell’impugnatura. Ovale, verde. Il signore che mi parlava e che mi incalzava nel discorso mi veniva sempre più vicino inclinandosi verso di me con la testa e sollevandosi sulla punta dei piedi, usava un tono sempre più polemico e confidenziale, lanciando delle occhiate ostili a destra e a sinistra verso le altre persone in fila nel corridoio e verso gli impiegati che ogni tanto passavano di lì. Il signore si doveva anche essere accorto del mio ascolto distratto e piuttosto superficiale, intanto. Doveva avere notato il mio sguardo fisso nel vuoto in un punto indefinito in fondo al corridoio e il fatto che io stavo pensando quasi certamente ai cazzi miei.

Indossava un cappotto color cammello elegante e teneva una cartellina porta documenti nelle mani che si passava continuamente dalla destra alla sinistra, e dalla sinistra alla destra, nervosamente. Era ben pettinato e rasato e aveva un profumo deciso di dopobarba alla menta. Si avvicinava e allontanava da a me continuamente con una sequenza ininterrotta di mezzi passi e giravolte, aveva ai piedi dei mocassini neri un po’ lisi, si capiva che ci doveva avere camminato dentro parecchio. A un certo punto, all’improvviso, dopo qualche secondo di sospensione del discorso, prese a fissarmi dritto negli occhi, mi venne vicinissimo per parlare, deviando all’ultimo istante in direzione dell’orecchio sinistro. Io feci docilmente il gesto di girare un po’ la testa di lato, per agevolarlo, non sapevo che altro potevo fare. Girai la testa leggermente di lato e rimasi in silenzio ad ascoltare.

Il signore diede una ultima occhiata furtiva a destra e a sinistra per assicurarsi che nessuno delle persone in attesa nel corridoio ci potesse sentire, in fila c’erano parecchie altre persone che ci osservavano tutte. Iniziò a sussurrare una frase a bassa voce che all’inizio non capii, capii solo che il soggetto del discorso era responsabile dell’ufficio dove stavamo per consegnare il documento. “Lei lo sa cosa è un piantagrane?” feci cenno di sì con la testa muovendola avanti e indietro, per fare intendere che avevo capito, poi mi fermai rimanendo immobile in attesa del resto del discorso. “Lei lo sa cosa vuole dire avere una trivella puntata direttamente sui coglioni?”.

Sbarrai gli occhi. Il piantagrane - pensai - lo strumento: quindi, esiste per davvero?

lunedì 16 marzo 2015

ON NE MARCHE QU'UNE FOIS SUR LA LUNE.

Ciascuno di noi nel proprio intimo, sa di avere camminato almeno una volta sulla Luna. Chi non lo ha ancora fatto prima o poi lo farà o almeno questo è quello che bisogna augurarsi, questa è la speranza. Andare più in là, oltre, lasciandosi tutto alle spalle per cercare un senso, per dare valore ad una vita intera. Non sempre la nostra esperienza personale verrà condivisa, non necessariamente si tratterà di qualcosa di estremo o di eccitante, di grandioso, di interessante, non sempre gli altri capiranno o sapranno, di noi e di quel momento in cui la nostra vita e le nostre certezze sono state in bilico e il nostro destino si è probabilmente compiuto. Abbiamo mollato i freni e siamo andati. Via. In un luogo che non è un luogo ma è piuttosto uno stato della mente. Al nostro ritorno, dopo quella volta, non eravamo più gli stessi di prima.

E' probabilmente in questo punto di contatto con la normalità, con la vita quotidiana di ciascuno di noi il senso profondo ed universale dell'alpinismo, sempre che l'alpinismo un senso ce l'abbia: lo scopo dell' alpinismo non è conquistare ma casomai esplorare. Indagare le possibilità. Più che dare risposte l'alpinismo si occupa delle domande, si occupa di accoglierle. Non si tratta di tramutare l'impossibile in possibile come sostengono alcuni, quanto di accettare l'idea dell'incognito come una possibilità ed andargli incontro, consapevolmente. Si tratta di una ricerca infinita che a volte richiede lo sforzo di andare fin sulla Luna e altre volte, no. A volte basta guardarsi intorno e provare con coraggio, nel nostro piccolo, a cambiare. Fare un passo in una direzione diversa. Insistere e perseverare. Non voltarsi mai indietro, mai.

Il resto poi, vien da sé.

On ne marche qu'une fois sur la lune - La bande annonce from Editions Guérin on Vimeo.

sabato 14 marzo 2015

DOVE VA A FINIRE IL TELEMARK?

Il testo ufficiale FISI del telemark è dell'anno 2000. L'ultimo Master Istruttori FISI è del 2006. Io sono maestro di telemark dal 2006 e non so prima ma da allora fino a oggi - sono passati quasi dieci anni - non è mai stato organizzato un aggiornamento tecnico, a cui decine o forse qualche centinaio di maestri specializzati me compreso parteciperebbero volentieri, a pagamento s'intende. 

Per quanto io sia amico di molti istruttori e li stimi singolarmente come individui, come telemarker e come maestri, in dieci anni non ho mai visto prodotto da parte del gruppo Istruttori un singolo foglio di carta, un .pdf, una newsletter digitale o un video insomma qualcosa utile a migliorare la mia capacità di insegnante o quantomeno di semplice appassionato. 

Gli Istruttori Nazionali di Telemark non hanno un sito web ufficiale, non hanno una pagina Facebook (non una ufficiale che venga aggiornata con regolarità), nel sito FISI.org degli Istruttori di telemark e della loro attività non c'è la minima traccia e agli ultimi due Interski della Korea (dove ho partecipato come snowboarder) e dell'Austria il telemark italiano non è stato rappresentato. L'attività giovanile ed agonistica federale italiana è pressoché inesistente e la figura dell'allenatore di telemark ancora deve venire. Un dove condividere con continuità i contenuti tecnici che gli Istruttori Nazionali in quanto tali producono - mi chiedo se effettivamente ne producono, di contenuti? - non c'è. 

Voglio dire: gli Istruttori Nazionali - escluse le "quasi-sempre" ammirevoli iniziative dei singoli - non comunicano e non condividono, non in modo ufficiale e non con una voce univoca. Aggiungo che i modi in cui gli istruttori si propongono contemporaneamente sia al libero mercato che ai professionisti è quantomeno ambiguo. Forse è ora di decidere se gli Istruttori Nazionali FISI vogliono fare i tecnici cioè gli Istruttori per davvero o se vogliono continuare ad accontentarsi di essere delle specie di super-Maestri nel libero mercato. 

All'InterTele o all'Interski, secondo me, gli Istruttori Nazionali è la FISI che ce li deve mandare, non noi. 

Noi - mi chiedo se esiste un noi telemark italiano a questo punto?- mandiamoci tre in gamba, tre che hanno voglia di mettersi in gioco e stare a sentire cosa succede in altri paesi del mondo per poi tornare e condividere, raccontandoci cosa si è detto. Se poi questi tre che si decide di mandare sono anche istruttori nazionali di telemark va benissimo, ma se ci andranno non è con la patacca da istruttore e in nome della FISI che devono sciare. 

Perlomeno, questo è quello che penso io, che se ci riesco, con i miei soldi e da libero telemarker, all'InterTele ho intenzione di andarci. Per gli altri tre qui c'è un link al progetto di crowdfunding con cui potete inviare il vostro contributo. 

Se amate il telemark, un piccolo contributo, potreste versarlo. E se lo fate, grazie.

lunedì 2 marzo 2015

COMBATTERE.

“Per fare questo mestiere bisogna combattere, perché nessuno ti chiede di produrre un’opera.” - Yuri Ancarani

 

E' vero, per fare questo mestiere bisogna combattere.
E certe volte si perde.

Io, per ora, a quanto pare, ho perso.

sabato 17 gennaio 2015

JEAN AFASSANIEFF FUMAVA LE GITANES BLU.

Jean Afanassieff aveva un nome che sembrava finto. Leggerlo e ricordarlo esattamente quel nome, scriverlo correttamente, era già un impresa. Una avventura. Era più facile ricordarsi dei suoi capelli lunghissimi, castani, lisci. Negli anni ’80 avere i capelli lunghi per essere un climber o un alpinista — un certo tipo di climber e di alpinista — era indispensabile o almeno così mi pareva. Io negli anni ’80 ho avuto tra i tredici e i ventitré anni, gli anni più belli della vita, quelli in cui diventi quello che poi sarai per sempre. Edlinger aveva i capelli lunghi. Berahult, aveva i capelli lunghi. Reinhold Messner aveva i capelli lunghi e ce li avevano i britannici Doug Scott, Chris Bonington, Peter Boardman. Jean Marc Boivin, il mio idolo assoluto, aveva i capelli lunghi. Tutti quelli a cui avrei voluto somigliare avevano i capelli lunghi e un po’ in disordine. Allora anche io mi ero fatto crescere i capelli lunghi. Compatibilmente con mia madre, li tenevo abbastanza in disordine. Jean Afanassieff però era diverso. Intanto aveva dei capelli lunghissimi, più lunghi di tutti gli altri, quasi da donna, curati e poi aveva quel nome che sembrava finto. Afanassieff. Sembrava che nello scriverlo ci fosse stato un refuso o un errore, nessuno sembrava ricordarlo davvero quel nome, ma io avevo imparato a riconoscerlo sulle riviste di alpinismo e a tenerlo a mente. Era così affascinante quel rincorrersi di consonanti e di vocali. A-fana-ssieff, in fondo non era difficile da memorizzare. Sapevo che quando mi imbattevo in quel nome ci sarebbe sempre stata sempre la certezza di venire a sapere qualcosa di straordinario, di innovativo, di rivoluzionario dal punto di vista alpinistico. Jean Afanassieff si è fatto conoscere con una serie lunghissima di salite solitarie in velocità nel massiccio del Monte Bianco, salite che poi nel tempo, seguendo le sue tracce, sarei andato a vedere o a ripetere così come si va a visitare un tempio, un luogo in cui si sente la necessità di essere mettendosi al cospetto di qualcun altro, alla ricerca di se stessi. L’ intero inverno del 1977 Afanassieff lo trascorse sciando a Bugaboos, in Canada (un altro luogo che in seguito sarei andato a conoscere) e nel 1978 fu il primo francese in vetta all’Everest, in autunno, insieme a Nicolas Jaeger e Kurt Diemberger. La sua fu la 72esima salita della montagna. Nicolas Jaeger fu un’altro personaggio fondamentale nel mio diventare uomo. Alpinista e fisiologo contribuì in modo determinante a conoscere i meccanismi dell’adattamento dell’essere umano all’alta quota, trascorse sessanta giorni a 6768 metri in vetta all’Huascaran, tempo in cui scrisse un libro che si intitola “ Carnet de solitude”, “Solitudine” nell’edizione italiana. Bellissimo. Giunto in vetta all’Everest Jaeger si accese e fumò una Gitanes, le stesse sigarette che fumava anche Edlinger. Se mai avessi iniziato a fumare un giorno, avrei fumato delle Gitanes, ma non divaghiamo adesso. Afassanieff: insieme alla prima salita francese dell’Everest compì nello stesso giorno anche la prima discesa di un 8000 con gli sci, partendo da quota 8300. Un exploit assoluto, non soltanto per l’epoca. Infischiandosene delle collezioni di 8000 Afassanieff tornò in seguito altre tre volte all’Everest, per il versante Nord. Nel 1979 fu escluso dalla spedizione nazionale alla Magic Line del K2, accadde per via di alcune dichiarazioni scomode dopo la spedizione nazionale dell’anno prima e per via del suo carattere piuttosto naïf, Afassanieff non mandava certo a dire quello che pensava. Restare escluso da una spedizione perché hai detto quello che pensi. Dire quello che pensi sempre, anche se non conviene. Anche se ti tagliano fuori. A me sembrava grandioso, anzi è grandioso, lo penso tuttora. Una cosa di cui andare orgogliosi, non è importante se nel frattempo ti perdi qualcosa. In seguito Afassanieff sarebbe diventato un documentarista o come si dice oggi, un filmmacker. Uno che si prende cura di raccogliere e di raccontare delle storie. “Certi mi considerano un alpinista, certi un regista, mi rendo conto di essere un personaggio complicato, difficile da inquadrare. Io sono stato alpinista e sciatore in una vita precedente e oggi, nella mia nuova vita, anche se ancora pratico l’arrampicata e lo sci per piacere personale, mi considero un autore. Il mio mestiere e la mia passione è quella di raccontare delle storie attraverso i miei film”. Jean Afassanieff se n’è andato qualche giorno fa, a 61 anni per un male incurabile. Non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo di persona ma la sua storia, la sua vita, mi hanno sempre ispirato. Se penso a uno a cui avrei voluto assomigliare, uno che mi ha fatto sognare, uno di cui vorrei ricalcare la traccia, parlo come alpinista e come sciatore ma anche come autore, come appassionato di storie da raccontare, penso a lui, a Jean Afanassieff. Buon viaggio, Maestro. Adieu.

venerdì 2 gennaio 2015

C'ERANO UNA VOLTA LE CHIACCHIERE IN SEGGIOVIA.

C'erano una volta le chiacchiere in seggiovia. Si scivolava in avanti sugli sci allineati e ci si dava uno sguardo, poi tutti seduti e attenzione alla sbarra. Posso? Prego. Attenzione alla testa. Vada - e tiravi giù e tutti si sistemavano sul poggiapiedi, certi si accendevano perfino una bella sigaretta. Belle le piste oggi, vero? Proprio, giornata fantastica. Senta, volevo chiederle: una informazione. Dica? Qui come sono le piste? è la prima volta che vengo. E tu cercavi di spiegare e spiegavi, parlavi delle piste e dei ristoranti, davi un nome alle montagne intorno arrivando circa al pilone 8 poi finiva che chiedevi al tuo interlocutore da dove venisse lui, e lui ti rispondeva - mettiamo - da Voghera. Tu gli dicevi che avevi avuto una morosa di Voghera o magari che durante il militare avevi conosciuto uno di Voghera - Però adesso non mi ricordo il nome - facevi lo sforzo di ricordare e ricordavi che lui era alto e magro oppure basso e grasso, che era biondo o moro o calvo e che la sua famiglia aveva una farmacia - o una panetteria o un negozio di casalinghi, é lo stesso, lo dico per fare degli esempi - e il tuo interlocutore di Voghera o di Mantova o di Forlì verso il pilone 12 faceva uno sforzo per ricordare e per capire chi potesse essere esattamente il tuo commilitone e saltava fuori che lo conosceva e che quella che ricordavi come una farmacia era in realtà una gastronomia che però adesso non c'è più e che il tuo amico si chiamava Mario Rossi - diceva lui, il tipo in seggiovia  - mentre nella tua mente invece, all'improvviso, compariva nitido e inequivocabile un nome che non era Mario, ma Fabrizio. E un cognome che era Rossi. Fabrizio Rossi, classe 67. Ti era venuto in mente il nome esatto. Ah, sì, è il fratello di Mario - ti diceva il tipo e intanto eri arrivato alla stazione a monte, scendevi dalla seggiovia e salutavi i tuoi compagni di viaggio e gli dicevi Salutatemi Fabrizio se lo vedete e loro Senz'Altro! E andavano via. Stavi lì in piedi a guadrarti intorno, dopo esserti stretto gli scarponi, é ripetevi mentalmente il nome Fabrizio Rossi, che eri andato a ripescare nei meandri della tua memoria chissà dove. Una volta tutto questo poteva succedere. Una volta. Adesso ci sono gli smartphone.

venerdì 26 dicembre 2014

NATALE

Il Natale è la capacità di vedere la bellezza dentro agli altri che hai intorno. È la capacità di desiderare e di attendere, di vedere questa bellezza che nasce e che cresce ed esserne parte. C'è chi questa bellezza riesce a vederla ogni giorno, ovunque, dentro ogni cosa e dentro a chiunque, conservando la capacità di sorprendersi e di sorprendere e questo è ciò che significa fare della propria vita Natale: significa venire al mondo, ogni giorno. Riuscire ad essere quello che vuoi. Che è la più bella cosa che si può augurare a chiunque: di esistere, pienamente.

mercoledì 17 dicembre 2014

SCIARE SOTTO AL NANGA PARBAT.

La spedizione era finita e avevamo cominciato il viaggio di ritorno. Quando le spedizioni finiscono c'è una voglia pazzesca i ritornare a casa, ti assale una specie di frenesia, una accelerazione del desiderio di essere a casa propria, con le persone care, che è difficile da controllare. Alla mattina avevamo smontato le tende e preparato tutto, i portatori avevano suddiviso i carichi e caricato i muli e avevamo iniziato la discesa dal campo base del Nanga Parbat verso Rupal, che è il primo piccolo villaggio a qualche ora di cammino. Alla euforia mia e di Simone e di David mi sembrava che corrispondesse una malinconia dei ragazzi pakistani che erano stati con noi. Sapevano che difficilmente ci saremmo rivisti. 

Di tanto in tanto durante la spedizione qualche ragazzo saliva dal villaggio per portare qualcosa, dei rifornimenti, qualche ortaggio o per avere qualche medicinale dei nostri per curare la tosse o l'influenza o semplicemente per farci visita. Un giorno uno di loro, Jamil, era salito con un paio di vecchi sci da fondo per sciare con me. Avevamo speso il pomeriggio a parlare e a girare in tondo su un anello improvvisato sul grande piano di Lattaboo, dove stava il nostro campo. Jamil mi aveva spiegato che quegli sci appartenevano a suo fratello che faceva parte delle troupe speciali dell'esercito pakistano, se li era fatti prestare ed era salito appositamente per sciare con me. Era stato un bel giorno. 

Quando iniziammo il cammino di discesa per andare via, dopo le foto di rito con i polacchi che sarebbero rimasti un altro po' per recuperare i loro materiali sparsi sulla montagna, mi accorsi che un gran numero di bambini erano saliti con i genitori o con i fratelli o con gli zii per aiutare nel trasporto a valle dei nostri materiali. Questi bambini mi giravano intorno, curiosi, facendomi tutti la stessa domanda. Gli sci? Dove sono i tuoi sci? Non li vedevano. Dissi che erano nella sacca lunga, quella azzurra e che da qualche parte c'erano gli scarponi, i bastoncini li avevo in mano, li avrei usati per camminare in discesa. Non capivo bene tutto questo interesse dei bambini per i miei sci ma poi, mentre camminavo verso valle mi resi conto che nella desolazione e nella normalità di un luogo come quello, dove l'unica attrattiva fuori dall'ordinario è rappresentata da qualche alpinista occidentale o trekker che può capitare di vedere durante l'estate, io rappresentavo una eccezione. Una specie di alpinista Superman. Io per quei bambini ero uno sciatore, quello che aveva sciato sul Nanga Parbat, non un normale alpinista. Era diverso. Per loro era di più. 

Sul sentiero di ritorno davanti a me e dietro a un mulo che ci precedeva un ragazzino che avrà avuto sui quindici anni camminava con uno zainetto sulle spalle e nelle mani teneva due delle cose più scomode che la mia mente possa immaginare da maneggiare e trasportare: una thermos arancione da cinque litri (vuota) e un grosso rotolo di gommapiuma espansa, quella che avevamo usato come isolante sul pavimento della nostra tenda casa. Era un cilindro altro due metri e del diametro di una cinquantina di centimetri tenuto insieme da uno spago, era leggerissimo ma ingombrante e scomodo da maneggiare. Il ragazzino aveva ai piedi un paio di stivali di gomma e procedeva senza lamentarsi con un passo che alternava continuamente tra veloce e lentissimo. Riconobbi lo zainetto che teneva in spalla che era quello che conteneva il computer di Simone, non era né ingombrante né pesante, ma molto delicato, gli era stato affidato per averne particolare cura. A un certo punto, prima di un tratto in salita, dissi a quel ragazzino di darmi o la thermos o il rotolone di gomma piuma, che lo avrei aiutato trasportandolo io. Mi disse di no e si guardò in giro nella speranza che nessuno dei grandi ci avesse sentito. Insistetti un po' perché non mi andava di vedere un ragazzino che poteva avere l'età di mio figlio camminare così scomodo, non erano carichi pesanti, ma erano scomodi da trasportare. Lui non volle. 

Dopo un po' mentre la nostra carovana procedeva e camminavamo mi si avvicinò un uomo che era uno zio del ragazzo, non parlava inglese, ma mi fece un gesto con gli occhi per riferirsi al nipote e uno con la mano che avrebbe potuto sembrare "piano", mimava quel gesto con la mano di rallentare, ma che capii che invece si riferiva al ragazzino davanti a noi e che significava "ci vuole pazienza, tu stai tranquillo, non preoccuparti. Lascialo fare." Con i gesti, con lo sguardo e con un unica parola inglese mi fece capire che in tutto questo, nella scelta di assegnare a quel ragazzo quel carico, al tempo stesso leggero e molto scomodo da trasportare, c'era un progetto educativo ben preciso. L'uomo, che avrà avuto la mia età ma che sembrava molto più vecchio mi disse: "learning". Imparare. La parola gli usci a fatica dalla bocca facendosi spazio tra dei denti radi e bianchissimi. Capii perfettamente e annuii. Il ragazzo stava imparando, e così tutti gli altri.

Scendemmo ancora, nevicava intanto, Simone e David scesero a valle quasi di corsa, io restai indietro con i portatori a fare qualche foto e a filmare. Quando fummo a Rupal, dopo qualche ora, individuai nel centro del villaggio la casa di Aquil, ci eravamo già passati a dicembre, in salita, ma ora c'era molta più neve. Fuori di casa su un filo c'era qualche panno steso, tutto intorno a delimitare quelli che d'estate devono essere orti c'erano delle staccionate fatte di rametti secchi e sottili che si sfrangiavano puntando verso l'alto. Una vivace colonna di fumo saliva dal comignolo della casa di Aquil, nella quale era stato preparato un pranzo speciale per noi, mentre nelle altre case vicine, dai comignoli, usciva solo un leggerissimo alito di fumo. Faceva un freddo cane, ma era molto meno freddo che a Lattaboo. Arrivai fuori dalla casa di Aquil e c'erano tutti i bambini del paese ad aspettarmi, in piedi con le mani in tasca. Mi guardavano. 

Uno di loro, il più grande, aveva un paio di sci Dynastar ai piedi recuperati chissà dove e un paio di scarponi Nordica a calzata posteriore. I bambini mi chiesero ancora una volta tutti insieme dove erano i miei sci perché volevano che io sciassi con loro, solo che a quel punto la mia sacca con gli sci e gli scarponi doveva aver proseguito verso valle in groppa a un mulo. La delusione fu grande e capii che non potevo cavarmela così. I bambini mi aspettavano da due mesi e mezzo e mi guardavano e si aspettavano qualcosa di speciale da me, così invece che entrare a mangiare dove gli altri mi aspettavano, dissi: "Let's go skiing". Ci fu un immediato animarsi del gruppo e un vociare in una lingua a me incomprensibile e tutti corsero in discesa verso il campetto di neve che c'era appena più in basso. Il ragazzo grande con gli sci prese i bastoncini e iniziò a spingersi e a scendere, pattinando verso valle. In fondo al pendio fece una curva verso sinistra e poi risalì di corsa e fece un altro giro e poi un altro e un altro. I bambini mi guardavano, come per sapere se avevo un giudizio da dare sullo stile e sulla tecnica del loro amico e io dissi: "Very good" facendo vedere il mio pollice alzato. Dissi anche "Champion" e tutti scoppiarono a ridere e applaudirono. 

I bambini più piccoli a turno salivano in groppa al ragazzo con gli sci, lui se li caricava a cavalcioni uno alla volta e li portava in discesa. Non avevo mai pensato, in vita mia, che lo sci potesse essere uno sport di squadra. In Pakistan, lo è. 

Restai lì fuori a giocare e ad applaudire a mia volta queste evoluzioni sugli sci, intanto dalla casa di Aquil ogni qualche minuto lui stesso o un adulto usciva a chiamarmi e a dirmi di entrare a mangiare. "Please, come in. Lunch is ready". I bambini ogni volta mi fissavano in silenzio, per capire se io stavo per andarmene e per lasciarli lì o se sarei restato con loro ancora un po' a sciare, e ogni volta che io rimandavo il momento del pranzo loro si gasavano e caricavano di entusiasmo e di gioia e riprendevano ad andare su e giù dal pendio stando in groppa al più grande di loro. 

Penso che quello sia stato uno dei giorni di sci più belli della mia vita e non è stato per merito della neve o degli sci o del pendio o del Nanga Parbat che avevamo appena sopra, nascosto nella nebbia. 

E' stato per via di quei bambini pakistani. 

Qui c'è un video di quel giorno.

lunedì 15 dicembre 2014

ESPLORARE OGGI.

L'esplorazione è qualcosa che non avrà mai fine. Un tempo bastava andare in un luogo dove non era mai stato nessuno, un luogo sconosciuto ed inesplorato della Terra ed era fatta. Bastava andare e tornare indietro portandosi qualche cosa. Quella cosa lì, quel trofeo che riportavamo indietro da ogni esplorazione la chiamavamo conquista, poteva essere la cima di una montagna, una scoperta geografica, astronomica, scientifica. Doveva essere qualcosa che prima non c'era e poi dopo di noi, grazie a noi, c'era. Oggi è diverso. Oggi è più difficile, da esplorare ci rimangono i luoghi della mente e le combinazioni, le infinite combinazioni possibili tra le cose del mondo, ma alla base, nel DNA di ogni esplorazione grande o piccola che sia, rimangono sempre la stesse cosa: le idee. La capacità di sorprendersi e di immaginare grazie a quella disposizione dell'animo che ci fa vedere nelle cose, nei luoghi e nelle persone che abbiamo intorno, una possibilità. La possibilità di inventare o creare qualche cosa, di tramutare l'impossibile in possibile. L'esplorazione oggi non ha più a che fare con il prendere, con la conquista, ma con l'offrire. Con il dare. In questo lungo viaggio chiamato esplorazione oggi i trofei, quello che un tempo chiamavamo conquista, vengono con noi nel percorso di andata, non più in quello di ritorno. La cosa straordinaria è che comunque sulla strada del ritorno, dopo che abbiamo dato il meglio di noi, dopo che abbiamo dato tutto quello che potevamo dare e abbiamo compiuto la nostra esplorazione, non torniamo mai a mani vuote. Anzi. Torniamo indietro in una vita e in un mondo che è diventato migliore di prima. E a me tutto questo, pare bellissimo.

giovedì 6 novembre 2014

ERMANNO GIA' LO FACEVA.

Poco tempo fa sono stato a un meeting in cui la parola storytelling sarà stata usata in due giorni almeno cento volte. Anche di più. Centocinquanta. Duecento. Trecento, forse. Da parte di tutti. Ed è una cosa curiosa perché sempre allo stesso tipo di riunione fino a poco tempo fa, fino a qualche anno fa, nessuno usava mai la parola "storytelling". Oggi sembra che il significato della parola "storytelling" lo sappiano tutti e che tutti lo sappiano fare, lo "storytelling", anche se a me non pare.

Storytelling non vuole dire raccontare delle storie. Che degli affari propri o della pubblicità, o dell'advertising camuffato alla gente, interessa poco o niente. Fare storytelling significa parlare attraverso il racconto, che è una cosa diversa. Significa fondare un universo narrativo e connettersi emotivamente con la propria audience rendendola partecipe del viaggio verso il nostro destino. O una cosa del genere.

Non è nemmeno una cosa tanto nuova tra l'altro, lo storytelling come tecnica di narrazione del proprio brand. Guardate qui, ad esempio. Questo è un piccolo cortometraggio-capolavoro di Ermanno Olmi che a cavallo tra gli anni '50 e '60 aveva realizzato per conto di Edisonvolta, l'azienda per cui lavorava come dipendente, dei piccoli cortometraggi sulla attività industriale della azienda, tra cui questo. Si intitola: "Il Pensionato". Opera d'arte.

Con l'intraprendenza e il metodo del bravo artigiano, senza nessuna esperienza specifica alle spalle, il giovane Ermanno Olmi (vi ho già detto che era di Bergamo? Nato alla Malpensata dove fanno il mercato tutti i lunedì) tra il 1953 e il 1961 realizzò decine di documentari raccontando storie di uomini che sono fondamentalmente - insieme al know-how- il patrimonio più grande su cui una azienda possa contare. Olmi raccolse, trattò e raccontò storie della azienda per cui sia lui che i protagonisti dei suoi film erano al lavoro. Si tratta di un concetto di avanguardia, prendere un dipendente e fargli raccontare la propria azienda attraverso le storie dei suoi uomini. E' il lavoro che tanti giovani oggi vorrebbero fare e che piace fare anche a me. Certe volte anche, capita che me lo fanno fare.

Tra l'altro nel rendere merito a Olmi credo anche si debba rendere merito alla sua azienda e al concetto pionieristico per l'epoca di "raccontare il proprio brand"- così si dice oggi. E già che ci siamo rendiamo merito anche a Feltrinelli, che ha recentemente pubblicato un dvd con alcuni di questi documentari di Ermanno Olmi.

Ho visto molti di questi cortometraggi di Olmi, affascinato dalla sua capacità di travasare le atmosfere e il reale nella narrazione cinematografica, con un uso coraggioso delle sequenze, dei personaggi e soprattutto dei silenzi. Ci vuole del carattere per raccontare delle storie partendo dai silenzi.

Silenzi e coraggio. Carattere. Pazienza. Tutte qualità che fanno parte del dna Orobico e che ho l'impressione ai giorni nostri, nello storytelling moderno, secondo alcuni esperti almeno, si faccia fatica a raccontare.

Olmi già lo faceva. Sessanta anni fa.

martedì 4 novembre 2014

ALGORITMI.

Per quel che ho capito dal punto di vista linguistico un algoritmo è una specie di buco nero della comunicazione, una via di mezzo tra un tombino e un frullatore. Cioè: dal punto di vista matematico è senz'altro qualcosa di più complesso e specifico, ma ogni volta che va a finire che succede qualcosa dentro a un computer e c'è presumibilmente una logica dietro, che non si capisce, e c'è qualcuno che ci dovrebbe spiegare, la parola dove si va a finire sempre è: algoritmo. Che è un po' come la parola "coso", solo che dire algoritmo invece che "coso" sembra molto, molto più avveniristico. E noi, tutti, noi che leggiamo o ascoltiamo queste spiegazioni siamo più tranquilli, che la nostra vita e i computer e il mondo sia governato da dei sofisticatissimi algoritmi, invece che da dei così, lì.

domenica 2 novembre 2014

ELENCO

Elenco degli oggetti che c'erano nella mia stanza una volta che sono andato a fare un giro in moto zona Lunigiana e mi sono fermato a dormire in una pensione a 1 stella:
(esattamente come riportato sul mio taccuino di viaggio)

- copriletto azzurro in ciniglia, a righe orizzontali
- nanetto da giardino altezza cm 25 circa
- cane lupo in ceramica lucida marrone a grandezza naturale
- credenza con maniglie dorate in legno di noce lucido
- TV INNO-HIT 15" (non funzionante)
- antenna INNO-HIT
- bottiglia amaretto di Saronno con piccolo veliero immerso (rotto)
- centrino ovale ricamanto, bianco
- tre asciugamani ruvidi, profumatissimi
- attaccapanni a 3 ganci in formica e metallo cromato
- comodino in formica bianca con cassetto
- quadro di puzzle rappresentante paesaggio svizzero (700 pezzi circa)
- n. 2 girasoli finti + portaombrelli
- abatjour IKEA moello Jälsta
- pavimento in piastrelle in graniglia mista [vedi foto]

Ho dormito benissimo.

mercoledì 22 ottobre 2014

FUORI I SECONDI.

Secondo classificato in 15'32", percorso di andata e ritorno di chilometri 12 alla ragggguardevole [4g] media oraria di 46.35 km/h, c'è scritto sul giornale.

Però secondo me era un po' più corta.


martedì 21 ottobre 2014

LA CITTA' CAPITALE EUROPEA DELLA CUTURA.

A pensarci bene bastava leggere attentamente: Città-Europea-della-Cultura. I requisiti per diventare capitale nel 2019 erano almeno due e noi bergamaschi - Bergamo era una città candidata - ci eravamo concentrati soprattutto sulla seconda delle due parole, "cultura", dando per scontato che quella fosse la più importante, quella fondamentale e poi davamo per scontato anche di averne da vendere, di cultura. Non da regalare, ovvio. Da vendere. Diventare "capitale" - altra parola che a noi bergamaschi ci aveva fatto perdere l'orizzonte - era una questione di affari e di prestigio da riconquistare, per la città e anche per una amministrazione locale fiaccotta, a fine mandato, che si preparava ad affrontare una nuova tornata elettorale. 

Non siamo mai stati capitale di niente noi a Bergamo, anche se in cuor nostro ci sentiamo capitale del lavoro, della buona volontà, della voglia di fare fatica, del "mangia e fa sìto". Nella nostra candidatura abbiamo puntato su Città Alta, su Donizzetti e su Caravaggio, abbiamo puntato su quel fiore all'occhiello che è un Festival di successo dedicato alla scienza. Abbiamo puntato sull'Università e sul progetto del Chilometro Rosso, sulla Pinacoteca e poi l'aeroporto, quando vogliamo parlare di opportunità e di turismo noi bergamaschi ormai, tanto per cominciare, tiriamo in ballo l'aeroporto. Internazionale, che è una parola -internazionale - che a noi bergamaschi ci manda ancora un brivido. Ci inorgoglisce. Ci fa tirare su dritti con la schiena e pensare: eh, beh. 

La prima parola invece non l'avevamo considerata affatto: città. Città come civitas, la parola in origine significava sia il diritto del cittadino sia la cittadinanza, l’esistenza di una comunità, non rappresentava l'agglomerato urbano - per definire quello c'era un altra parola, urbe. Città come civitas. Città come comunità. Come cittadini. Gente. Ecco, noi per questo abbiamo perso, Bergamo ha perso l'opportunità di essere Capitale Europea della Cultura non perché non abbiamo cultura, non perché non ne fabbrichiamo o non siamo in grado di esprimerne, ma perché soprattutto ci siamo dimenticati di essere una comunità. 

Ci siamo dimenticati di cosa significa stare insieme, gioire o soffrire per uno stesso motivo e poi soprattutto, noi bergamaschi, ci vergognamo di mostrare in pubblico le nostre emozioni e i nostri sentimenti. Siamo un po' chiusi e un po' bigotti, noi qui. Siamo fatti così. A 'n sé fàcc issè. Siamo solidi, consistenti, affidabili, lavoratori, solidali, generosi, ma siamo restii a mostrare pubblicamente la gioia o il dolore. Abbiamo paura di apparire ridicoli o scomposti o sguaiati, inadeguati, per non sbagliare mai stiamo nel nostro e al momento di tirare le somme finiamo quasi sempre per risultare freddi, un po' snob, probabilmente lo siamo anche diventati. Un po' snob. Certi di noi lo sono diventati, parlo di persone ma anche istituzioni, enti. Diciamolo. 

Questo è il video in cui si può vedere la civitas di Matera riunita in piazza, ci sono migliaia di persone davanti a un mega schermo e in diretta viene proclamata la Capitale Europea della Cultura 2019. Matera ha vinto. I cittadini sono tutti lì, riuniti in piazza. Esultano. Si abbracciano e urlano di gioia. Noi a Bergamo per una occasione del genere non ci saremmo mai riuniti in una piazza. Ammettiamolo. Non saremmo mai stati lì ad aspettare. Non saremmo mai esplosi in un boato. Non ci saremmo mai scambiati un abbraccio in segno di gioia con lo sconosciuto concittadino al nostro fianco. Noi non avremmo gioito, non così. Non così apertamente. Per questo, abbiamo perso. Perché siamo una città di gente in gamba e generosa ma facciamo fatica a sentici civitas. E poi badiamo molto all'etichetta, all'aplomb. A quello che gli altri dicono o pensano di noi. 

Io a quelli di Matera gli auguro tutto il bene possibile, e anche alla mia città, auguro tutto il bene possibile. Mi auguro un giorno, per un motivo qualsiasi che non sia solo l'Atalanta ( perfino Gori, il nuovo sindaco, non sapendo dove andare ha dovuto mettersi in maniche di camicia all'Atalanta che è uno degli ultimi posti in città dove ancora si urla e si gioisce o soffre tutti insieme ) di leggere negli occhi dei miei sconosciuti concittadini un entusiasmo così pulito, sincero, limpido, trasversale, come quello che vedo negli occhi di quel signore con gli occhiali in primo piano, sulla destra. Lo vedete? Con i capelli grigi e le lenti spesse. Io non gli invidio i servizi o le bellezze naturali o l'urbe o le montagne, a Matera. Io gli invidio la gioia degli abbracci e quell'urlo di gioia che si è sollevato l'altro giorno sopra le case e che ha messo insieme tutta la città. Vorrei che anche Bergamo, certe volte, sapesse essere così. 

Così come vedo in questi quaranta secondo di video, che secondo me, sono una cosa bellissima.

sabato 11 ottobre 2014

QUELLA VOLTA CHE HO SCALATO CON BEN MOON.

Era il 1986 e le gare di arrampicata erano alla preistoria. Chiamarle gare, di già, è una esagerazione. Erano in realtà degli incontri dove c'era sì una gara e una classifica ma soprattutto gli arrampicatori ci andavano e anche partecipavano per incontrarsi e per conoscersi e - non tutti avevano il coraggio di dirlo - per confrontarsi e per constatare personalmente lo stato dell'arte dell'arrampicata sportiva. C'era una fame pazzesca di confronto, cosa da sempre condannata e ripudiata e denigrata nell'alpinismo classico, storicamente da sempre alla ricerca di valori assoluti. L'alpinismo lo pensavamo (ce lo facevano pensare) un po' come una religione o una scienza. L'arrampicata sportiva invece era un'altra cosa e tutti noi a cui piaceva arrampicare su gradi sempre più duri, per il puro gusto del gesto sportivo, infischiandocene della lotta con l'Alpe, cominciavamo a capirlo. Allora non c'era internet non c'erano i video o i DVD e l'unico arrampicatore sportivo di altissimo livello che gli italiani avevano visto in televisione era Patrick Edlinger in Opera Verticale. C'era Alp e c'era la rubrica Il Punto Rosso curato da Andrea Gallo che teneva nota dei progressi dell'arrampicata italiana e di quella europea. Poi più o meno, basta. Io gli arrampicatori stranieri forti che conoscevo li avevo incontrati quasi tutti in falesia, in Francia, e li avevo visti dal vivo e solo alcuni di loro mi avevano davvero impressionato. Non tutti erano forti come li descrivevano sulle pagine delle riviste, secondo me. Avevo visto arrampicare Jerry Moffat - il mio idolo - Beat Kamerlander, Patrick Edlinger, Marc e Antoine le Menestrel, JB Tribout, Alex Duboic, Didier Raboutou, Jakie Godoffe, Ron Fawcett, con alcuni di loro avevo anche arrampicato e alcuni mi erano sembrati più terrestri di quello che immaginavo. Altri invece mi erano sembrati molto più forti di come pensavo si potesse arrampicare invece, molto meglio di come la scarsa celebrità che accompagnava questi personaggi avrebbe suggerito. Mi ero fatto una classifica tutta mia, in testa. 

Quello era il primo anno che Sportroccia si disputava in due tappe. La seconda delle due gare, la finale, veniva disputata a Bardonecchia, come al solito, sulla Parete dei Militi che era un bellissimo posto ma la parete rocciosa non aveva molta qualità e nemmeno molta storia o tradizione alle spalle, condizione ideale per disputare una gara per peccatori sacrilegi senza fare incazzare nessuno. Ad Arco di Trento si tenne invece la prima tappa quell'anno, in quella che sarebbe stata la gara progenitrice del Rock Master. Si capiva subito che i soldi della Provincia Autonoma di Trento stavano per arrivare a foraggiare l'arrampicata e il nascente climbing stadium (allora su roccia) e che il baricentro di Sportroccia si stava per spostare dall'ovest all'est. Arco era una location molto più prestigiosa, in effetti è lì che arrampicavano quelli che ci avevano addestrati a riconoscere come i padri della arrampicata sportiva italiana: Manolo, Roberto Bassi, Heinz Mariacher, Luisa Jovane, eccetera. Poi non era esattamente così, ce n'erano anche altri, ma insomma io a 17 o 18 anni mi ero fatto quell'idea. Come tutti. Che l'ombelico dell'arrampicata italiana fosse ad Arco. 

Io ancora anche quell'anno non partecipavo alla gara, avevo assistito alla edizione precedente di Sport Roccia e ancora mi rimbombavano nelle orecchie le frasi del "Documento dei 19", quella carta che i 19 arrampicatori sportivi più influenti dell'epoca scrissero per opporsi alla competizioni sportive nell'arrampicata. Io ero ancora lì a meditare sul da farsi e a riflettere sulla ragionevolezza di quella carta, sull'etica e sui principi nel frattempo però le gare le andavo a vedere. Tutte, che poi erano state due. I miei amici, quelli che incontravo nelle varie falesie italiane e che gareggiavano mi chiedevano perché  non partecipavo alle gare e io, non sapevo bene cosa rispondere. Perché non partecipavo? Boh. In effetti l'anno dopo cominciai a gareggiare. Nel frattempo dei 19 firmatari del documento, quasi tutti lo avevano già fatto, tra loro Patrick Berhault rimase l'unico a non gareggiare mai in una competizione di arrampicata sportiva. 

La cosa fantastica della arrampicata sportiva e delle gare era poter essere gomito a gomito con le leggende della arrampicata sportiva e così ti capitava di stare qualche ora o qualche giorno insieme a persone che conoscevi solo di nome, per la loro leggenda personale che aleggiava tra gli arrampicatori. Sai che Gullich fa sette trazioni monodito su un braccio? Otto. O forse dieci. Undici. Venti. Sai che Manolo fa la spaccata frontale? Sai che le vie in Totoga sono tre gradi più dure delle vie del Verdon? Ellamadonna. Sai che Beat Kamerlamder ha il travo fuori dal furgone e si allena due volte al giorno? Sai che la sua fidanzata è una top model da paura? Sì, quello lo sapevo.

Ad Arco quell'anno durante le gare mi ritrovai ad arrampicare con uno che non conoscevo. Il tipo in questione mi aveva chiesto di fare qualche via di riscaldamento con lui, era uno che non avevo mai visto e che non parlava italiano. Parlava inglese. Aveva dei lunghi capelli rasta e devo dire, non un gran bell'aspetto, io comunque risposi entusiasta di sì. Principalmente perché non era italiano e sentivo la necessità di mostrarmi international e gentile, anche se all'epoca non capivo una parola di inglese. Poi lui mi sembrava abbastanza emarginato dagli altri climber, non è che lo cagavano molto, diciamolo.  E neanche a me. Andammo ad arrampicare insieme. Passammo prima dal mio furgone e presi le mie cose e il tipo mi seguì docile tenendo un doppio sacchetto di plastica della Conad in mano. Notai che dentro c'era la sua roba, rinvii, sacchetto della magnesite, imbrago e un mezzo panino rosicchiato. E un paio di Boreal grigie. Capii dai gesti che mi chiedeva se potevamo usare la mia corda che lui non l'aveva e io risposi entusiasta di sì. Corda nuova, cercai di dire. Lui non sembrò particolarmente colpito. Andammo e arrivammo alla base della falesia e lui estrasse le sue cose dal sacchetto, si preparò e cominciò a salire, io gli feci sicura. Non mi chiese se poteva andare per primo, ando'. 

Tra le cose che teneva nel sacchetto sparse per terra notai un carnet di buoni pasto riservato agli atleti in gara, quindi capii che era un concorrente. Al terzo spit capii che doveva essere uno di quelli buoni, lo capii da come usava i piedi e dalla facilità con cui scalava. Rimasi impressionato, non avevo mai visto niente del genere. Quando fu il mio turno di salire sfilai la corda e partii, tentai di adoperare con i piedi la stessa delicatezza e la stessa precisione che aveva usato lui sugli appigli, io non avevo mai visto nessuno arrampicare così. Così bene. Nel farlo le mie braccia si ghisarono presto e finii la via senza cadere ma con le braccia durissime. Chi cazzo è, sto tipo? Non ci eravamo nemmeno detti il nome. Arrampicammo alternandoci per tre o quattro tiri, scegliendo le vie in difficoltà crescente. All'ultima via io ero abbastanza vicino al mio limite, lui continuava ad arrampicare come all'inizio, cioè bene. Benissimo. Era meno delicato e preciso di prima, anche un po' sgraziato a tratti con quei piedoni dentro alle Boreal grigie, ma era terribilmente efficace. 

Finimmo di arrampicare e tornammo alla base, che per lui era quasi ora di gareggiare. Mi fece capire che era in gara, lo avevo capito. Misi il mio zaino in furgone e lo andai a vedere in gara su una delle vie di selezione, mi sistemai su un sasso e lui era pronto a partire. Era arrivato in partenza sempre con il suo sacchetto di cellophane della Conad, dentro a cui stava ancora armeggiando alla ricerca del sacchetto della magnesite. Poi dissero il suo nome con il megafono, io non lo avevo mai sentito: Ben Moon. Vinse la gara. 

A Bardonecchia vinse Edlinger invece, che ad Arco era salito meno del mio amico di lecco Marco Ballerini, che quel giorno, all'esordio in competizione, aveva fatto un garone. Ben Moon arrivò secondo in classifica generale. Quel giorno lì capii che l'arrampicata era una cosa diversa da quello che leggevo sulle riviste. Capii che in giro c'era in giro tanta gente di cui sulle riviste non si parlava (ancora) che scalava fortissimo. Gente come Ben Moon. Capii che per arrampicare forte e fare i gradi bisognava allenarsi di più e meglio. Preoccuparsi meno delle cose tipo gli zaini, che tanto ad arrampicare si poteva andare anche con la sportina della spesa della Conad, e preoccuparsi di più invece della sostanza. 

Cioè, di usare bene i piedi e di tenersi, ad esempio.

giovedì 9 ottobre 2014

QUANDO SEI FUORI FORMA.

Quando sono tornato dal Nanga Parbat la primavera scorsa ero completamente fuori forma. Per uno che di mestiere non fa l'atleta o per uno che fa l'alpinista soltanto, che fa solo quella cosa e poi basta dico, è senz'altro è diverso. E' più facile convivere con il fatto di essere fuori forma. Se non sei un'atleta e non gareggi, se non ti confronti direttamente con gli altri o se fai l'alpinista soltanto la pura performance atletica è meno rilevante. Non conta molto quando sei in azione la pura performance, non è nemmeno misurabile esattamente pensandoci bene, una performance alpinistica. L'alpinismo non è neanche uno sport. Contano altre cose.

Ma se sei un atleta, se ti pensi un atleta è diverso e io più che alpinista mi sono sempre pensato e considerato un atleta.

Sono uno che nella grammatica delle cose che fa che hanno a che vedere con le montagne e con l'alpinismo, con l'endurance, con il tenere duro e con il resistere alla fatica - e con la tecnica anche, nello sci ad esempio - ci ha sempre visto la performance di mezzo. Ci ha sempre visto lo sport, quello misurabile in ore o minuti o secondi, in gradi, in metri o in centimetri o in chilometri all'ora e quindi inevitabilmente anche con la capacità di andare forte. Sempre più forte. Sempre meglio.

Bene, veloce, a lungo.

Mi sono sempre considerato e trattato da atleta nella vita di tutti i giorni e nelle scelte, nei progetti, nelle sfide da raccogliere. A me piacciono da matti le cose che non sono in grado di fare, quelle fuori dalla mia portata, quelle appena o un bel po' - dipende - oltre al mio limite. Quelle che gli altri ti dicono: "Non ce la farai mai." Ecco, quelle mi piacciono. Quelle mi fanno sentire vivo. Mi fanno sentire un principiante un po' sfigato e goffo, uno imbarazzante e fuori luogo. Un turiglione. Mi piacciono le sfide in cui parti perdente. Mi piacciono perché mi costringono a pensare e a capire, a osservare, a mettermi in gioco, a buttarmi e a re-inventarmi, a dare il meglio di me. La mia storia è fatta ad ogni livello, in ogni ambito, di cose che credevo di non essere capace di fare e che poi alla fine invece,  ho imparato a fare. A modo mio. Quasi sempre da testone autodidatta.

Due mesi e mezzo di spedizione invernale sono stati decisamente troppi per uno che vuole fare l'atleta, soprattutto per uno della mia età. Tornato a casa a marzo ho prima dovuto riposare e riprendermi, anche emotivamente, ricaricarmi mentalmente e fisicamente, i muscoli erano quasi tutti spariti in cambio di una massa budinosa e grinzosa, ero sempre stanco e sfinito, bastava il minimo sforzo. Ho ricominciato ad allenarmi in bici partendo praticamente da zero. Anzi, sotto zero.

Certe volte mi sentivo patetico e ridicolo, sarebbe stato certamente più facile mollare il colpo e celebrarmi per quello che sono stato, tanto o poco che fosse e reinventarmi facendo qualcos'altro di più comodo, di più prestigioso, di più adatto alla mia età. Sto invecchiando. Potrei limitarmi a commemorare. Celebrare. Ricordare. In fondo che cosa ho da pretendere?

Essere fuori forma, io credo, è una grande opportunità.

E' la possibilità di ricominciare da capo e in ogni inizio c'è qualcosa di magico e meraviglioso, di speciale, di straordinario. Essere fuori forma è un modo diverso di guardare al mondo. Dentro a ogni piccolo passo, dentro a ogni progresso c'è un piccolo successo, un mondo che si rivela, un viaggio. E' fantastico. E' stato fantastico. Non è la conquista del mondo quello di cui siamo alla ricerca, ma la riconquista di noi stessi. Non conta quanto si corre o si pedala veloce. Non conta il grado che fai. Non conta il tempo che hai sulla maratona.

Conta quella sensazione di poter fare sempre un po' di più, ogni giorno di più, ogni volta un pezzettino di più, sempre meglio. Conta quell'istante in cui stai per dire basta e invece, non sai neanche il perché, un bel giorno tieni duro e insisti. Riesci. Stai lì. Galleggi nel disagio fisico e nella fatica, nella sofferenza fisica e finisci per non sentire più niente, riesci a sopportare. Resisti. Vuoi capire cosa c'è dopo, oltre.

Quello è il momento in cui stai patendo ma quella sofferenza che si chiama fatica si trasforma in gioia e intorno a te si aprono delle porte che prima non vedevi neanche o forse non c'erano, compaiono e tu le apri e ci entri dentro e entri in un'altra dimensione, passi a un livello successivo. C'è un'altro te e un altro mondo oltre quelle porte, da qualche parte e ti vai a cercare e a riprendere.

Il tempo tra un allenamento e un'altro, quello in cui hai un po' male alle gambe o ai muscoli o alle ossa e sei in attesa della prossima volta, del prossimo momento in cui potrai essere nuovamente da solo con te stesso, diventa importante. Sacro. La cosa più importante di tutte. Quella che ti fa crescere. Non è più un'attesa o un tempo morto, quello tra un allenamento e un altro.

E' un intervallo. Un momento di attesa e di rielaborazione. Speciale.

Quando sei fuori forma non lo sai nemmeno più dove puoi arrivare, quali sono i confini del tuo essere. Te ne sei dimenticato e il tuo corpo budinoso e flaccido e la tua mente e a volte anche quelli che hai intorno ti suggeriscono di andare avanti così, di adeguarti, che va bene lo stesso. Ti dicono di mollare, di non insistere, di non sforzarti. Che tanto è lo stesso. Alla tua età, poi.

Alla tua età un cazzo. Allenarsi è il modo migliore che conosco per ricordare. Ricordarmi di me.

Due fine settimana di bici ancora, forse tre. Un paio di gare a cronometro. Sono al massimo della mia forma, mai andato così. Poi metterò via la bici e verrà il momento di tirare fuori gli sci. Seriamente. Continuamente. Di nuovo quella sensazione bellissima di essere un principiante allo sbaraglio, alla prima discesa. Quella sensazione di inadeguatezza che poi a me, sulla neve, purtroppo passa quasi subito. Quest'estate non ho quasi sciato. Ora l'inverno è alle porte e bisogna darci sotto. Con il telemark.

Che per colpa del Nanga Parbat l' inverno scorso sono rimasto indietro di una stagione.

lunedì 29 settembre 2014

ERNESTO A GUARDAMIGLIO.

Oggi io e l’Ernesto siamo andati a fare una gara di bici. Io ero io e l’Ernesto era una maglia da ciclismo di 35 anni fa. La sua, maglia da ciclismo. Quella che gli vedevo mettere quando andava a fare allenamento quando io ero piccolo.

A me allora non piaceva molto la bici, a me interessava sciare e andare ad arrampicare, la bici va beh, casomai in estate. Perché non ci andiamo tutte le domeniche a sciare, papà? O a arrampicare? Perché così sciare te lo gusti di più. E poi perché sciare costa. Per fare la gara oggi la maglia di lana non andava bene, era una cronometro quindi bisogna mettere il body, ma per andare in giro, prima e dopo la gara, quello sì. L'Ernesto è una maglia della Santini a maniche lunghe in lana, con le tasche dietro, nera e gialla. Bellissima. Mia mamma un po' di tempo fa me l'ha data, mi ha detto La vuoi? Prendila. E io l'ho presa. Da un po’ di tempo ho iniziato a usarla tipo giacchina da città, è molto di tendenza, mi pare. O forse no, ma chissenefrega.

Ho corso oggi e me lo sentivo che era andata bene. Meglio di tutte le altre volte. Lo sentivo e poi il contachilometri ce l’ho avuto sotto il naso per ventiquattro minuti e undici secondi, non sono mica scemo. La velocità la vedevo anche io. E anche gli altri li vedevo, li ho visti passare mentre mi scaldavo e uno in gara lo sono andato a riprendere, quindi. Alla fine della gara mi sono cambiato e asciugato e rivestito e sono andato alla premiazione portandomi con me l’Ernesto, gli ho detto Dài, vieni anche te, oggi. Anche se faceva caldo, troppo caldo per una maglia di lana. Non gli ho detto del premio, ma me lo sentivo. Secondo me ce lo davano. Ho detto: al massimo ti fai un giro.

A un certo punto mentre eravamo lì in piazza di Guardamiglio con tutti gli altri corridori e i motociclisti della scorta tecnica che gironzolavamo e aspettavamo, hanno appeso le classifiche ai vetri di una banca - credo una banca - o del municipio, non lo so esattamente, hanno appeso tutti i fogli con i tempi e io tanto per cominciare non sono andato subito. L’Ernesto mi diceva Ma cosa aspettiamo ad andare a vedere? io ho detto niente, non aspettiamo niente. Ce la godiamo. C’era tutta questa gente accalcata che leggeva le classifiche e i tempi e venivano via e commentavano, quando hanno cominciato a diradarsi e ad andare via e hanno cominciato a preparare il tavolo per la premiazione, siamo andati noi. Sono arrivato lì e ho guardato, invece di leggere partendo dal basso come faccio di solito questa volta sono partito dall’alto del foglio, da in cima andando in giù, convinto. C’era un nome e poi subito c’era il mio. Poi tutti gli altri. Ho guardato il mio tempo e il distacco dal primo e con lo sguardo perso nel vuoto ho fatto a mente il calcolo della media. L’Ernesto era silenzioso.

Siamo andati al banco del ristoro e c’era lì un Lambrusco frizzante, ne ho bevuto un bel bicchiere. Poi un altro. Poi dopo mi sembrava che dovevo berne un altro ancora. Era l’Ernesto che me lo chiedeva. Per lui. Allora ho aperto la cerniera della giacchina Santini, faceva un po’ caldo, e mi  sono fatto versare un altro bicchiere. C’era una signora che li riempiva per tutti i bicchieri e li dava, gentilissima, una con la messa in piega fatta ieri, bionda e con un rossetto molto acceso. Mi ha detto Ne prenda quanto ne vuole di vino, che a noi fa piacere. Ancora uno, grazie. Poi dopo hanno chiamato i nomi dalla lista con il microfono che ogni tanto faceva qui fischi che fanno i microfoni e hanno detto i tempi e a me hanno chiamato per secondo, siamo andati, io e l’Ernesto, mi sembrava contento. Poi siamo stati lì ancora un po’ ad applaudire gli altri concorrenti quando li chiamavano e le categorie, che a me non piacciono quelli che prendono il premio e poi vanno via, come certi genitori con i figli alla scuola di sci. Poi alla fine abbiamo salutato chi era rimasto, ci siamo dati appuntamento a domenica prossima  e siamo tornati alla macchina.

Mentre camminavamo per strada l’Ernesto mi ha chiesto Cosa c’è dentro al sacchetto? io l’ho aperto e ci ho guardato dentro, tra le altre cose ho visto un salame. Veniva su un bel profumino di nostrano. Ho detto Niente, le solite cose. Poi siamo saliti in macchina e ho tolto la giacca Santini e l’ho piegata e l’ho messa bene in ordine sul sedile del passeggero, con sopra la medaglia che mi hanno dato. Sono andato avanti per un po’ in silenzio viaggiando in autostrada, senza la radio, solo il rumore delle ruote e del motore e del vento sul parabrezza.

Poi l’Ernesto ha rotto il silenzio e mi ha detto Sì, ma si può sapere che media hai fatto, almeno? A casa guardiamo - ho risposto. Mi ha fatto uno sguardo interrogativo. Con il Garmin. Ancora mi guardava. Il GPS. E’ tutto registrato. Ah, va bè, mi ha detto lui, l’Ernesto.

Poi fino a casa non ha più detto niente. Adesso è nell’armadio.

venerdì 26 settembre 2014

MEDICINALE DA 1200€.

Un po' di tempo fa abbaiamo portato mio figlio da un medico per una problema ricorrente e per risolvere il suo disagio gli sono state prospettate due possibilità, una soluzione chirurgica e una farmaceutica. Nel primo caso si tratta di un intervento un po' fastidioso e - forse - risolutivo, che ci hanno sconsigliato di fare alla sua età; nel secondo un trattamento con una serie di 10 iniezioni mensili, a quanto pare qualche volta un po' dolorose o fastidiose.

Mio figlio è grande ormai, quindi abbiamo proposto a lui di decidere in autonomia che cosa fare e lui dopo averci pensato un po' su ha detto che si teneva il suo problema così come era o che eventualmente, se proprio, tra un po' si faceva operare. Io mi sono cercato di informare circa che cosa fosse questo trattamento rivoluzionario e non so come sono giunto alla conclusione che ciascuna delle 10 iniezioni avesse un costo unitario di 1200€. Minchia. Non chiedetemi come ho fatto ad arrivare a sapere questa cosa. Andiamo avanti.

Appurato che si trattasse di un trattamento mutabile oltre che innovativo, ho suggerito a mio figlio di provare questa seconda soluzione, ad operarsi avrebbe sempre fatto in tempo. Mio figlio però era sempre più titubante, anzi a dirla tutta era sempre più convinto di non farsi le punture, tenersi il suo disagio, e vada via i ciàp. Io, lì, ho pensato che a quel punto dovevo intervenire e assumere in pieno il mio ruolo di padre. Queste punture da fare o da non fare erano una ottima occasione educativa, la metafora perfetta di altre situazioni della vita in cui devi dare un po', se vuoi ricevere un po'.

Allora, cominciando a parlare dalle punture e del disagio che provocano - una sera, a tavola, c'era tutta la famiglia riunita e quindi anche le altre mie due figlie - mi sono avventurato a parlare di massimi sistemi, del mondo, della vita, ho tirato in ballo le opportunità che il progresso e la ricerca ci offrono, il sistema sanitario nazionale "che non è poi tanto male qui in Italia che ci passa con la mutua quei medicinali qui d'avanguardia....in America, invece..."; ho affrontato il tema dell'apprezzare quello che abbiamo, del fatto che non possiamo sempre e solo prendere quello che ci piace e che ci conviene, eccetera, eccetera, eccetera. Robe pallose che però ogni tanto un padre deve dire.

Alla fine Daniele è giunto alla conclusione che avrebbe fatto le punture, che era la soluzione migliore. Oggi siamo andati a comprarle, mi chiedevo come poteva essere fatta una puntura da 1200€ e soprattutto quanto e come l'avrei dovuta pagare. O meglio, non pagare, al massimo il ticket, da bravo e giudizioso cittadino contribuente.

Alla farmacia è andata mia moglie e poi prima di andare da un'altra parte è tornata indietro a casa a darmi il medicinale da mettere subito in frigorifero. Beh, ovvio, un medicinale da 1200€ - mi sono detto - deve essere una cosa talmente speciale che bisogna tenerlo in frigorifero. Mentre lei arrivava io mi sono messo in fondo alle scale fuori dal cancello ad aspettare, per fare prima con il trasporto in frigorifero. Quando lei è arrivata e mi ha passato dal finestrino questa scatolina bianca e azzurra io l'ho presa sul palmo delle mani come - per quanto mi ricordo - ti davano l'ostia il giorno della prima comunione. Adesso mi pare che te la diano direttamente in bocca, comunque andiamo avanti. La scatola era fredda-gelata, si capiva che arrivava da un'altro frigo. Una scatolina abbastanza anonima, da medicinale generico, tra l'altro. Pensa te la scienza mi sono detto, niente marketing e tutta sostanza. Una confezione così semplice eppure è così costosa. Chissà quanto fa bene. Sul medicinale c'era una scritta 1.200.000 UI che vuol dire unità, è un antibiotico. Allora mi ha preso un dubbio e ho chiesto a mia moglie: " Ma è la medicina da 1200€?" Si è messa a ridere e mi ha guardato come un deficiente e mi ha detto di no: "Non costa 1200€" ma io non capivo.

Sono salito di sopra in casa e ho messo il medicinale in frigo. Poi, prima di scrivere tutta questa cosa qui che state leggendo, mi sono messo davanti al computer e ho digitato il nome del medicinale e mi è uscita una scheda del farmaco. E anche il prezzo. Costa 24€. Non 1200. Fermi però, la storia non è finita. Prima costava 2€, poi 24€. L'aumento è stato del 1200%, il farmaco è passato dalla fascia A alla fascia C, per decreto. In un giorno, taak. E certo, siamo in Italia, mi sono detto. Forse la confusione quando mi hanno spiegato è nata lì, 1200%, 1200€.

Comunque adesso io ho un problema. Oggi Daniele tornerà da scuola e gli diremo che abbiamo finalmente comprato il medicinale costosissimo rivoluzionario e che deve fare la puntura e immagino che questo medicinale lo vorrà vedere e mi chiederà - ne sono sicuro: "Ma veramente costa 1200€ sta robina qui?".

Ecco.

Io sto pensando alla risposta da dare, per non tradire i concetti del mio pippone dell'altro giorno e poi insomma anche per difendere la questione di principio, i massimi sistemi. Della figura da vecchio rincoglionito che l'ho già fatta una volta, va beh, di quella non mi interessa. Potrei digli che l'Italia è un paese di merda in cui lo Stato a una azienda privata offre il diritto di aumentare il prezzo di un prodotto che viene venduto in farmacia del 1200%. Come se niente fosse.
Come se da domani ad esempio, un litro di benzina costasse circa 20€.

E invece gli dirò: "Ehy, bócia, ci sei cascato, eh? Ma quando è che cresci?"

Però secondo me, non se la beve.

martedì 23 settembre 2014

CALZINI.

Ultimamente ho cambiato idea su un sacco di cose, è l'esperienza umana che ti porta a cambiare idea. I calzini, ad esempio. Prima non capivo come fosse possibile che uno dei due ogni tanto, si volatilizzasse. Mi sembrava impossibile. 

Adesso che capita che li tolgo personalmente dalla lavatrice con la massima cura e li metto in una cesta e li trasporto al piano di sotto e li stendo e dopo che sono asciugati li ritiro e provo a metterli insieme ordinatamente in paia, voglio dire: ho capito che può succedere. I calzini svaniscono, nel nulla. E' una loro prerogativa. Anche se uno è convinto di essere un genio - tra l'altro io non lo sono - i calzini svaniscono lo stesso. 

Non è che li rubano. E' che si smaterializzano. 
Ma veramente.

UNA BUSTA GIALLA. MORBIDA.

Ogni tanto capita ancora che arrivi una busta. Inaspettata. Non una cosa che hai ordinato elettronicamente o la versione cartacea di qualcosa che ti hanno già comunicato via email. Una busta, di carta. Una busta gialla morbida che non sai esattamente cosa contenga e che corrisponde a un essere umano, da qualche parte su questo pianeta, che si è preso la briga di impiegare alcuni minuti della sua giornata per mandare qualcosa a te. Esattamente a te.

Ha preso quella cosa che ti voleva mandare, l'ha messa dentro alla busta, l'ha chiusa accuratamente con la colla e con la lingua, con lo scotch, ci ha scritto sopra il tuo indirizzo, ha cercato le chiavi dell'auto dove le aveva messe ed è uscito di casa, ha guidato fino alla posta, ha cercato parcheggio, ha parcheggiato, è entrato nell'ufficio postale tenendo la busta in mano e ha fatto la fila, c'era quell'odore di timbri e di polvere negli angoli della stanza e lui, o lei, mentre aspettava, è restato lì in fila pazientemente a respirare quell'odore, fino a quando è arrivato il suo turno, si è ritrovato davanti allo sportello e ha parlato con l'impiegata, ha mostrato la busta e ha pagato quello che bisognava pagare, lui o lei ha tolto le banconote dal portafoglio e le ha fatte passare sotto al vetro insieme alla busta. La busta è partita. Inviata. Poi mentre la busta iniziava il suo viaggio verso di te lui, o lei, è tornato a casa. Ad attendere.

Non è una attesa vera e propria questa: il tempo che la busta arrivi dove deve arrivare. Intanto uno va avanti a fare le proprie cose, l'attesa in questo caso è un pensiero di sottofondo. Una specie di ricordo che già si proietta nel futuro. Una cosa che hai mandato (passato) arriverà (futuro). Che strano. Una busta di carta che viaggia con la posta, a quanto pare, non conosce il tempo presente. Forse è per quello che ci sembra sempre che la posta non funzioni, che sia in ritardo, perché a una cosa passata corrisponde nella nostra mente un'altra cosa che non è ancora successa: la consegna. E' una specie di corto circuito dei pensieri.

Le mie preferite sono le buste gialle, quelle un po' imbottite, che se le schiacci un po' tra le dita puoi tentare di indovinare cosa c'è dentro. Un libro. Un dvd. Un plico di fogli. Un mazzo di chiavi, una chiavetta usb. Non so. Quando me ne arriva una di busta prima di tutto me la godo un po', me la tengo lì sulla scrivania e prima di aprirla me la studio. Osservo la cura con cui è stata chiusa, la precisione o la fretta - a secondo - con cui l'indirizzo è stato scritto sulla busta, a penna o a pennarello, nero, di solito. Osservo bene la calligrafia, l'andamento delle linee, la dimensione e la forma del carattere, la forza con cui il pennarello è stato premuto sulla carta. Guardo i francobolli e i bolli, ogni busta ha la sua storia e quella storia è scritta negli angoli sgualciti, nelle note del postino scritte con la biro blu, nei timbri. Ti è arrivata la busta, non l'hai ancora aperta e sai già un sacco di cose di chi te l'ha mandata, anche se non lo conosci.

Chi sarà?

Poi alla fine la busta la apri. Per forza. C'è dentro una cosa, non importa cosa. Qualsiasi cosa. La tiri fuori. Un po' ti dispiace che sia tutto finito, quella sensazione magica. Dura poco, il tempo di aprirla, la busta. Se dentro c'è un bigliettino lo leggi, veloce, poi metti via tutto, di nuovo dentro alla busta.

Poi dopo quando sarai tranquillo rileggerai il biglietto ed eventualmente farai una telefonata, per dire grazie o per dire qualcosa. Qualcosa bisogna sempre dire. Dall'altra parte del telefono lei o lui ti dirà "Ah, è arrivata?". Sì, è arrivata. Poi dopo quella busta, ti dispiace buttarla via. Perlomeno, a me dispiace. Io in effetti io le tengo quasi tutte, le buste che ricevo. Almeno per un po'.

 Poi certo, alla fine le butto.

sabato 20 settembre 2014

COSE CHE UNO NON DICE.

Quando ero piccolo una volta avevo comprato un paio di sci bellissimi. Erano gli sci che sognavo, non avrei mai immaginato di averne un paio così belli, li avevo presi con mio papà durante una svendita.  Piacevano a lui ma c'era solo la misura più piccola - mio papà era grande e grosso - e così, li comprammo per me. Non dico comprai e nemmeno me li comprarono: li comprammo, insieme, io e mio papà. Erano un po' lunghi per me e poi eravamo già a metà stagione, quindi la decisione fu quella di tenere le aste per l'anno successivo, ci avremmo montato gli attacchi in autunno, nel frattempo io mi sarei alzato un po' di statura e avrei messo da parte qualche soldo durante l'estate per comprarli.

Quando tornammo a casa e poi il giorno successivo a scuola e quello successivo ancora morivo dalla voglia di raccontare a qualcuno del mio acquisto, dei miei sci nuovi, volevo dirlo ai miei amici o ai compagni di sci o di classe o a quelli del cortile, allora comprare gli sci era un avvenimento importante. Allora un paio di sci era qualcosa che ti avrebbe accompagnato per un pezzo di vita, non soltanto per una stagione, e poi uno di sci, allora, ne aveva un paio e basta e ci doveva fare di tutto, io ci dovevo fare di tutto. Pista, fuoripista, sci-alpinismo, magari anche fondo se capitava, poteva succedere anche di doverli prestare a un parente che andava a fare la settimana bianca in Trentino, i propri sci e i propri scarponi. Anche i bastoncini. Volevo raccontare a tutti dei miei sci nuovi ma non avrei potuto mostrarli in azione sulla neve perché mancavano gli attacchi, quindi non potendo dimostrare di averli acquistati, non potendo essere certo di essere creduto, tenni la notizia per me, soltanto per me, come fosse un segreto. Era difficile.

Per tutto il resto dell'inverno capitò che andavo a sciare e che qualcuno degli altri bambini arrivava con un paio di sci nuovi. Io avrei voluto dire che ne avevo un paio nuovo anche io a casa, in salotto - esatto, li tenevamo in salotto appoggiati contro il muro vicino alla credenza - ma non potevo. Quegli sci esistevano, ce li avevo ma non ce li avevo. In un certo non esistevano ancora. Per quello non potevo parlarne, perché non c'erano. All'inizio tenere tutto per me, non dire niente, fu difficile, frustrante. Fu una sofferenza. Avevo il desiderio di urlare al mondo: "Anche io ho un paio di sci nuovi, i Tour Randonne Professionaaaal" erano bellissimi, bianchi, lunghi 1 metro e 70 (io sarò stato alto uno e cinquanta, a malapena) e invece non potevo. Dovevo stare zitto.

Questa sofferenza mi consumò dentro per un po', ma mi piaceva anche, non sapevo perché ma mi provocava una sensazione che mi piaceva quindi continuai a non parlarne mai con nessuno. Diventò una specie di gioco il mio, guardare agli altri tenendo in mente che io avevo un paio di sci nuovi a casa e loro non lo sapevano. Guardavo come reagivano e come si comportavano gli altri, scoprii che le persone si rivolgono a te in modo diverso a secondo di quello che possiedi, gli sci o qualcos'altro. Se fai vedere che hai, che possiedi, se gli altri ti vedono o ti pensano in un modo, se qualcosa fai intuire o immaginare, loro sono diversi con te. Si comportano in modo diverso. Curioso.

Poi accadde che gli sci nuovi di chi avevo intorno, quelle degli amici con cui sciavo non erano più nuovi. A fine inverno erano già diventati vecchi. Usati. I miei invece erano ancora nuovi, perfetti, integri, ancora da montare e da usare. I miei amici manco sapevano che ce li avevo,a casa, degli sci nuovi. Alla frustrazione da un certo momento in avanti si sostituì piano piano la gioia, una gioia interiore potentissima, continua, pulsante, una energia che perlomeno all'inizio faticavo a comprendere. Più andavamo avanti e più ero felice di non avere detto niente a nessuno dei miei sci nuovi, di non avere consumato quel momento. I miei sci erano a casa e ogni tanto me li andavo a guardare, erano diventati un luogo sicuro della mia mente, un punto in cui ritornare con il pensiero a prendere forza ed un respiro. Un luogo da cui partire e a cui ritornare ogni volta per orientarmi, per sentirmi tranquillo, forte, anche io. Per sentire che c'ero.

Capii che quello che mi doveva rendere felice era il fatto di avere un paio di sci nuovi e soprattutto di poterli usare prima o poi, di sciarci, presto, l'inverno successivo. In neve fresca, come piaceva a me. Sono sempre stato fissato io, con la neve fresca. Capii che forse c'era qualcosa che dovevo rivedere in me e cioè che era anomalo che io considerassi così importante dire agli altri che avevo un paio di sci nuovi a casa. Tenevo molto da conto il loro giudizio e la loro considerazione, troppo.

Perché? 

Non era tanto il fatto di averli o di usarli, gli sci. Era il fatto di farlo sapere agli altri che in un certo senso mi gratificava, in effetti, me ne resi conto quasi per caso. Per via di quel segreto che per gioco avevo deciso di tenere. Non era la loro considerazione, che avrebbe dovuto rendermi felice. Non era lo stupore o la invidia o la gioia degli altri la cosa di cui mi dovevo riempire. Era della mia, di gioia, quella che avevo dentro. Dovevo essere felice per i miei sci e basta, per quello che ci avrei potuto fare, per le belle sciate che avrei fatto, indipendentemente dagli altri. Da un certo punto in avanti, da quella volta, tenere delle cose per me senza raccontarle a nessuno è diventato un metodo. Una abitudine. Un modo di fare e di pormi di fronte al mondo. Nella mia vita sono stato molto fortunato, ho vissuto una infinità di avventure, ho girato il mondo, ho fatto cose in montagna, nello sport, nella vita che in tanti conoscono e che in qualche modo sono state il carburante delle mie avventure successive. Sforzandomi di non svenderle, alcune delle mie cose le ho raccontate e vendute, le ho condivise, certe volte è stata una gioia, certe volte è stata una pena, una sofferenza assoluta. E' stato un compromesso il mio, come ne fanno tutti. Il mio punto di equilibrio, e quell'equilibrio sono io.

Ma la cosa magnifica che mi è capitata io credo, la migliore di tutte, è stata l'opportunità di tenere alcune cose soltanto per me. Cose che non ho mai avuto la necessità di raccontare ad altri. Quelle cose, la maggior parte di quelle quelle che ho tenuto per me, rappresentano in realtà quello che sono. A volte è curioso stare in mezzo agli altri che ti pensano in un modo, soltanto perché tu non hai raccontato tutto. Altre volte è penoso. Altre volte provi vergogna o ti viene da ridere a crepapelle. Il mondo non è come te lo raccontano o come lo si vede. Il mondo è come è. Solo che noi ci facciamo molto influenzare da quello che pensano gli altri.

Quasi sempre, troppo.